Integrazione in mano ai governi. Reding: “Non c’è traccia di misure ad hoc”

 

I commissari Ue alla giustizia ed al lavoro hanno presentato gli obiettivi per migliorare l’integrazione dei rom. Obiettivi ambiziosi ma nessun sistema di controllo sulle politiche nazionali, fino ad ora assolutamente deficitarie

Redattore Sociale Sergio Segio • 5/4/2011 • Diritti umani & Discriminazioni • 91 Viste

BRUXELLES – “Non c’è traccia di misure per l’integrazione dei rom”. Le parole della commissaria Ue alla giustizia Viviane Reding disegnano un panorama a tinte fosche per i rom in Europa. Per uscire da questa inerzia la Reding ha invitato oggi a Strasburgo gli Stati membri a realizzare le strategie nazionali per l’inclusione dei rom. Un dato parla chiaro: dei 26,5 miliardi di euro messi a disposizione da Bruxelles, solo il 25% è stato utilizzato o richiesto.

Con la Reding anche il commissario alle politiche sociali ed il lavoro, Laszlo Andor, ungherese, ossia proveniente dal paese Ue in cui più forti e violenti sono i segnali di intolleranza verso i rom. “Non passa giorno – ha affermato Andor – senza ricevere novità  allarmanti dai paesi in cui vivono i rom, per questo dobbiamo prendere la questione seriamente e risolvere alla radice il problema dell’integrazione”.
Sabato notte nel paesino di Hejoszalanta, 850 abitanti di cui 350 rom a un’ora e mezza di macchina da Budapest, 600 membri del partito ultranazionalista Jobbik e della sua milizia Guardia Magiara sono sfilati in corteo contro il “terrore gitano”. La ragione: l’omicidio di una donna di 50 anni realizzato, forse, da dei rom. L’anno scorso era la volta delle espulsioni francesi, prima ancora dei controlli, delle demolizioni e dei raid nei campi italiani. “La popolazione rom incontra l’ostilità  non solo della popolazione ma anche di formazioni politiche”, affermava ieri un portavoce della Commissione. Alcune di queste raccolgono, come gli stessi Jobbik e il Partito nazionalista slovacco Sns, ottimi risultati alle elezioni, altre come la Lega Nord, sono al governo.
“C’è una stima – spiega ancora la Reding – di 10-12 milioni di rom nella Ue che vivono in una situazione di intolleranza e discriminazione. Ci sono misure che vanno prese”. Nel settembre scorso è stata creata una task force sui rom per analizzare come gli stati membri utilizzano le risorse, a dicembre la task force ha presentato il suo lavoro e il bilancio è, appunto, desolante: “Non c’è traccia di misure per l’integrazione dei rom”. Per questo ora la Commissione fissa quattro settori di intervento: educazione, lavoro, salute e casa.

Secondo uno studio realizzato in 6 paesi – Bulgaria, Ungheria, Lettonia, Lituania, Slovacchia e Romania – solo il 42% dei bambini rom conclude la suola primaria contro una percentuale del 97,5% degli altri bambini. Solo il 10% va alla scuola secondaria. L’obiettivo della Commissione è che tutti i bambini rom terminino il primo ciclo scolastico. Secondo punto il lavoro: “se non c’è educazione non c’è lavoro”, riassume la Reding. Non sorprende quindi che il tasso di occupazione dei rom sia assai inferiore a quello delle altre persone. L’impegno dev’essere quello a ridurre le distanze, considerando anche che “l’integrazione dei rom porterebbe ricchezza, grazie all’aumento della produttività , alla diminuzione delle spese sociali e all’incremento del gettito fiscale”. Secondo la Banca Mondiale l’ingresso dei rom nel mondo del lavoro in alcuni paesi, come la Bulgaria in cui sono oltre il 10%, porterebbe a benefici quantificati in oltre mezzo miliardo di euro all’anno.
Quindi la salute, con l’obiettivo di ridurre una mortalità  infantile, che è 5 volte superiore a quella delle altre popolazioni europee, e di allungare la speranza di vita. Infine la casa, migliorando l’accesso alle abitazioni e ai servizi, anche basici, come acqua ed elettricità .
Gli Stati membri dovranno presentare le loro strategie per l’inclusione entro la fine dell’anno, specificando come intendono raggiungere gli obiettivi in ogni singolo campo. La Commissione da parte sua promette sostegno economico e vigilanza sulla sviluppo dei piani di integrazione. Ma senza possibilità  sanzionatoria, tutto rimane in mano alla buona volontà  dei governi, che fino ad ora se ne sono lavati le mani.

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