Israele, Stato confusionale
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Una presa di posizione assertiva e inequivocabile, alla quale sono seguiti i fatti: Hamas e Fatah si sono incontrati al Cairo tre giorni fa per annunciare il patto di riconciliazione, e vi torneranno il 4 maggio per siglarlo definitivamente; ieri è stata decisa l’apertura del valico di Rafah tra Egitto e Striscia di Gaza per ‘alleggerire le sofferenze della popolazione palestinese’; oggi il Washington Post riporta che i diplomatici egiziani stanno tentando di riallacciare i rapporti con l’Iran e le aziende di Stato di rivedere i contratti con Israele, considerati ‘troppo vantaggiosi’.
Dopo la caduta di Mubarak, passi che chiunque avrebbe considerato impossibili vengono adesso compiuti in nome di un nuovo nazionalismo, che, anziché trovare sponde in una o nell’altra alleanza, vuole rilanciare l’autonomia decisionale del Paese, soprattutto in termini di politica estera. La maggioranza degli egiziani è scettica riguardo ai legami di lunga data, con STati Uniti e Israele. Il sentimento popolare sta cambiando velocemente. Lo si deve, oltre alle spinte rivoluzionarie, anche alla fine del bando ufficiale imposto da Mubarak ai Fratelli Musulmani , formazione politico-sociale di cui Hamas è diretta emanazione. Non ultimo, il fatto che i nuovi politici stiano cercando di interpretare le dinamiche sociali in vista delle prossime elezioni presidenziali che si terranno a novembre.
Per anni il rà s dell’intelligence egiziana, Omar Suleiman, ha cercato un accordo con Israele per sistemare la questione palestinese, ma l’approccio adottato rivelava più una strategica predilezione per le posizioni di Tel Aviv, piuttosto che una sincera adesione alla causa palstinese.
Con la Siria in fiamme, la Libia in dissesto e l’Egitto che cerca di rompere i vecchi legami di interesse, il governo di Tel Aviv si trova a dover fronteggiare una ridefinizione degli equilibri geopolitici di fronte alla quale non sa come reagire, se non lanciando proclami. Praticamente tutti i membri dell’esecutivo di Netanyahu sono intervenuti facendo appello ai Paesi della comunità internazionale affinché non riconoscano il nuovo governo, esortando al boicottaggio dell’accordo di riconciliazione Fatah-Hamas. Una rappresentazione di tale confusione è offerta dall’editoriale del giornalista di Haaretz, Gideon Levy: “Vogliamo guerre violente e operazioni militari brutali ma senza che il mondo le veda. Vogliamo violazioni dei diritti umani ma senza il clamore delle critiche; vogliamo pregare il mondo di boicottare Hamas e allo stesso tempo siamo contro i boicottaggi. Vogliamo la democrazia ma senza i rumori di sottofondo delle minoranze. Vogliamo vivere in una quasi-teocrazia, uno dei Paesi più religiosi al mondo, ma immaginare di vivere in una democrazia secolare e liberale“. Di fronte a uno scenario che si sta rivelando ben più grande, complesso e pericoloso della semplice questione palestinese, lo Stato di Israele si trova, per la prima volta, dalla guerra dei Sei giorni, in un perfetto stato confusionale.
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