La giustizia e la Ue

Ma da italiani dovremmo chiederci: per quanto tempo ancora avremo le carte in regola per starci nell’Unione Europea? Nel ’93, si è posto il problema dell’ammissione all’Unione dei paesi dell’Est. Nel vertice di Copenhagen si fissarono i paletti per l’accoglimento di realtà  nazionali segnate da anni di dittature e violazioni dei diritti fondamentali. Non solo una affidabile economia di mercato. Ma anche istituzioni stabili in grado di garantire democrazia e stato di diritto, che significa pure una giustizia libera dai condizionamenti di quella politica portata a colpire i “nemici” e “salvare” gli “amici”. Per capire quanto la riforma italiana della giustizia abbia interiorizzato il patrimonio ideale europeo, basta poco. In una trasmissione televisiva, il Guardasigilli ha mostrato il suo fiore all’occhiello: «Ritorneremo al sistema processuale vigente tra il 1948 ed il 1988, con le indagini coordinate dalla polizia e non dai magistrati». Il ministro non dice che quello è il sistema del 1930, con il marchio autoritario dello Stato fascista. I poliziotti sono funzionari, inseriti in una catena gerarchica a cui devono rendere conto. Rispondono a ministri e alle scelte politiche del governo. Sui crimini da aggredire e le persone da indagare, prenderebbero ordini da soggetti esterni alla giurisdizione. Insomma il ministro trascura i rischi per lo Stato di diritto: persone indagate più esposte agli abusi dell’autorità ; interferenze della politica nelle indagini. D’altronde, sono tante le prove della volontà  di mettere il “cappello della politica” sulla giustizia. Un Parlamento che decide sui reati da perseguire; i pubblici ministeri separati dai giudici, inevitabilmente attratti nell’orbita dell’esecutivo; il Csm dominato da membri nominati dalla politica. Sono siderali le distanze con l’ideale europeo per cui i poteri devono essere molti perché non predomini uno solo. Ma l’Europa viene tradita con qualcosa di più insidioso. La “perla” della campagna promozionale della maggioranza, le norme sulla responsabilità  civile dei magistrati. Oggi sono strutturate in maniera tale da salvaguardare la libertà  di giudizio. Per giudicare correttamente non si può essere condizionati dai rischi economici per le decisioni che si assumono. Questo induce “atteggiamenti difensivi” e distorsione nelle pronunce. Lo ha detto a chiare lettere la Corte di Giustizia europea, nella sentenza 13 giugno 2006 “Traghetti del Mediterraneo”. Ma la riforma della maggioranza non riconosce quella pronuncia. Sembra colpire i magistrati in quanto tali. In realtà , modifica il rapporto tra autorità  e cittadino, tra soggetti “forti” e “soggetti deboli” del processo. Pensate al piccolo risparmiatore che, truffato dal grande gruppo finanziario, ha perso tutto. Quando decide di proporre l’azione giudiziaria, grazie alla riforma, troverà  un giudice intimorito. Un giudice esposto alle sortite giudiziarie della “parte forte” che non gradisce una certa sentenza. A questo punto, se le riforme proclamate andassero in porto, l’Unione Europea dovrebbe intervenire sull’Italia. Lo prevede il Trattato di Lisbona. Il rispetto dei parametri economici non giustifica derive autoritarie. In caso contrario, l’Unione Europea si ridurrebbe ad un inutile guscio vuoto. (L’autore è segretario generale di Magistratura democratica)


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