«Omicidio volontario» Giustizia per la Thyssen

Un quarto d’ora dopo le nove di sera, arriva la sentenza. La Corte di Assise di Torino riconosce che vi è stato omicidio volontario con dolo eventuale. I sette morti del rogo alla Thyssenkrupp, tre anni e mezzo fa, non sono stati un accidente legato all’imperizia degli stessi lavoratori o dei loro compagni, come aveva fatto intendere la difesa, che aveva addirittura parlato di processo politico, di processo ideologico «contro il capitalismo». No, scandisce il presidente della Corte Maria Jannibelli: si tratta di omicidio volontario con dolo eventuale. Così l’amministratore delegato dell’azienda, Herald Espenhahn, viene condannato a 16 anni e mezzo di reclusione, come aveva chiesto il procuratore aggiunto Raffaele Guariniello. Anche gli altri imputati vengono condannati, tutti per omicidio colposo: Gerald Priegnitz, Marco Pucci,  Raffaele Salerno e Cosimo Cafuerri a 13 anni e 6 mesi, Daniele Moroni a 10 anni e 10 mesi. I giudici accolgono le richieste dell’accusa, aumentando piuttosto la pena di Daniele Moroni (Guariniello aveva chiesto nove anni). È una decisione che farà  storia, perché per la prima volta viene riconosciuto, per un incidente sul lavoro, un reato di omicidio volontario: nulla è avvenuto per caso, si sapeva, si poteva prevedere, per interesse si sono negate quelle misure di sicurezza che avrebbero potuto evitare la strage. Faranno scuola questa sentenza e l’attenta minuziosa indagine del procuratore Guariniello, che ha sostenuto la prova di una consapevolezza del pericolo: si sapeva del rischio, ma si è preferito correre quel rischio: Espenhahn «si rappresenta la concreta possibilità  del verificarsi di ulteriori conseguenze della propria azione e, nonostante ciò, agisce accettando il rischio di cagionarle».
Alla lettura molti applaudono. Saranno duecento circa ad affollare il salone della seconda corte d’assise di Torino. In prima fila anche il procuratore capo Giancarlo Caselli. Poi ci sono le madri, le sorelle, le mogli, i padri, con le foto dei loro cari. Si tengono per mano quando i giudici entrano. Ci sono gli amici. Qualcuno tra i parenti indossa la maglietta nera con la scritta: «giustizia, condanne severe per gli imputati». Non dicono: «giustizia è fatta». Con realismo dicono: «è un passo verso la giustizia». Qualcuno si sente male. Nessuna condanna potrebbe cancellare il dolore. Ma intanto al primo giudizio si è arrivati. Guariniello mette in guardia: bisogna fare in fretta con processi di questo genere, perché la possibilità  della prescrizione c’è sempre (soprattutto se passerà  la legge sul “processo breve”). Ma in questo caso siamo avanti: tutto è avvenuto, miracolosamente, in tempi relativamente rapidi. «È una svolta epocale prosegue Guariniello da oggi in poi i lavoratori possono contare molto di più sulla sicurezza. È un regalo che vogliamo fare al presidente della Repubblica».
La sentenza è l’ultima voce di una lunga notte cominciata tre anni fa. L’ultima giornata, ultima per ora, si era aperta con i primi drappelli nel piazzale davanti al palazzo di giustizia: poca gente, militanti, sindacalisti della Fiom, una scena fredda, come se Torino avesse scelto l’indifferenza. L’ultima giornata era continuata con i parenti delle vittime e con gli amici che sono arrivati e sono ripartiti per recarsi al cimitero: un saluto ancora ai loro cari. Poi sono tornati, stretti vicini. «Ci vorrebbe l’ergastolo. Mio fratello è rinchiuso in una tomba da tre anni e mezzo», diceva Concetta Rodinò. «In ogni caso, non ci rassegneremo mai», diceva Laura Demasi.
Il presidente della Corte d’Assise di Torino, Maria Jannibelli, aveva aperto l’udienza, per invitare tutti al rispetto del silenzio, di un «rigoroso silenzio»: «Ricordo che siamo in un’aula di Tribunale e che non verrà  rispettata alcuna intemperanza da parte chiunque». Niente altro e aveva riunito il collegio in camera di consiglio. Fuori il pubblico si era ancora assottigliato. Restavano Giorgio Cremaschi e Antonio Boccuzzi, il sopravvissuto di quella notte, oggi parlamentare del Pd. Restavano presidi e striscioni. «Onore ai sette eroi della Thyssen, solidarietà  ai familiari», recitava quello del Collettivo comunista piemontese. Restavano i cartelli che invocavano giustizia. Erano ricomparse, alle cancellate, le foto dei morti, tante volte viste in aula.


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