Nel Giappone che trema si rivive un nuovo incubo “Qui diventeremo pazzi”

ishinomaki – Basta quel sibilo, inequivocabile, e sono già  in piedi, prima che lo scossa investa una massa di persone sfinite, incapaci ormai di sopportare la minima tensione. La sala ondeggia e questa volta è chiaro che non si tratta dell’ennesimo, «normale assestamento». Al rumore segue subito un tremito secco, lungo e violento. Per tre minuti, forse di più, il terreno non si ferma e a ondate successive le oscillazioni aumentano e cessano all’improvviso. Salta la luce, le pareti scricchiolano, la gente urla nel buio, si chiama e prega. I vecchi, distesi e immobili, piangono, assieme ai bambini che si sono svegliati, convinti di essere inseguiti da un incubo. Chi può scappa all’esterno, nella notte ancora fredda. Tutti sono in qualche modo vestiti e come sempre si erano coricati con le scarpe. Non aspettano l’allarme ufficiale e gridano «tsunami» a vicini e famigliari che non ci sono più. Avevano dimenticato di essere già  in collina, lontani dall’oceano che li ha travolti meno di un mese fa. La terra infine si ferma, nella prefettura di Miyagi e lungo le baie di Sendai torna il silenzio. I vivi sono rimasti vivi e aspettano di sentire l’onda che s’alza sul Pacifico. Torna così il terrore sul Giappone prostrato da una crisi infinita. «Non ce la facciamo più – dice Kumiko Sagawa, ex cuoca di un ex ristorante di sushi a Ishinomaki – è troppo. Se non ci portano via, al posto dei morti raccoglieranno dei pazzi». Qui nessuno può cogliere la dimensione del nuovo sisma e la gente si chiede cosa può essere successo nel luogo dell’epicentro. E’ una radio a batterie, dopo alcuni minuti, a spiegare che proprio loro, che ascoltano ora in una calma spaventosa, sono di nuovo nell’occhio del terremoto. La scossa principale è stata di 7.4 gradi Richter. La magnitudo viene poi ridotta a 7.1, rispetto a 9 gradi dell’11 marzo. Epicentro 60 chilometri al largo di Sendai, qui di fronte, 40 chilometri nei fondali dell’oceano. Fukushima sorge 144 chilometri più a sud, la capitale a 345. Da Tokyo anche l’osservatorio meteorologico del Pacifico lancia l’allarme tsunami. Onde anomale alte fino a due metri, nulla rispetto ai 34,9 del muro d’acqua principale che ha cancellato Ishinomaki. Alla tivù si annuncia invece che la marea può salire da un minimo di mezzo metro a quasi tre e una giornalista, con un casco bianco sul capo, invita la popolazione delle prefetture di Miyagi, Iwate, Yamagata, Aomori e Akito a rifugiarsi in montagna. E’ passata mezzanotte e nelle regioni nuovamente colpite dal terremoto vengono chiuse strade e autostrade. Il black-out lascia oltre un milione di abitanti nell’oscurità , di nuovo dispersi con la paura. Da Tokyo arrivano le immagini dei grattacieli che tremano, di uffici sconvolti e di impiegati che fuggono tra scaffali rovesciati. L’incubo però, ancora una volta, è Fukushima. «Se cede la centrale – dice Hirouyki Maruki, 59 anni, gestore di uno spaccio di sake a Kamaishi – è la fine per tutti». Lungo le coste del Nordest dell’Honshu, in tutta la regione di Tohoku, il panico collettivo assume l’aspetto di persone mute, prive di espressione e distratte da molti pensieri. Non si teme la prepotenza del mare, scosso da un’onda definita «non distruttiva». A Miyagi non c’è del resto più nulla da spazzare via, tutto è piatto come una lama d’acciaio e i villaggi cancellati sono deserti. La paura è concentrata sulle radiazioni nucleari e i sopravvissuti, che oggi hanno sepolto cadaveri senza nome e oggetti cari ai defunti scomparsi, si infilano le mascherine bianche che dovrebbero proteggerli dalla contaminazione. Poco prima dell’una, le 17 in Italia, il governo revoca l’allarme tsunami, il premier Naoto Kan rassicura in diretta e il portavoce della Tepco dichiara che nei capannoni di Daiichi, la centrale 1 di Fukushima, «gli sforzi per raffreddare i reattori 1, 2 e 3 proseguono nonostante il sisma». La scossa non sembra aver causato nuovi danni e i tecnici evacuati, dopo un’ora, vengono fatti rientrare nella centrale. La crisi nucleare, la più grave dopo quella di Chernobyl, prosegue il suo gocciolìo lento e misterioso e il Giappone riprende a sperare che gli allarmi Usa, convinti che un’emergenza definitiva sia alle porte, indulgano al pessimismo. E’ passata così la scossa di assestamento più violenta dopo quella originale e catastrofica, non si registrano vittime, né crolli: in altri tempi nessuno ci avrebbe badato, ma questa notte ognuno avverte che qualcosa di grave è accaduto. Soccorritori e vittime rifiutano di rientrare nelle centinaia di dormitori che hanno riorganizzato la geografia del Paese, nessuno dorme e i media riprendono la tempesta di immagini e suoni gravidi di angoscia. Da qualche giorno la terra si era fermata, 25 mila militari avevano iniziato a setacciare il fango palmo a palmo, per recuperare 15 mila dispersi. Quest’ultima scrollata non ha potuto demolire i 200 mila edifici già  crollati, ma è affondata come un coltello nel morale della gente. «Vicino al mare – dice Tomoya Kumagai, 58 anni, pescatore di Ishinomaki – non si può più costruire. Ma anche a ridosso delle centrali atomiche sarebbe criminale lasciare che abiti qualcuno. Dobbiamo prendere atto che il Giappone deve ripensare se stesso, la propria economia e il proprio modello di sviluppo, dando l’esempio al resto del mondo». Sulla parete di una classe scolastica, trasformata in studio dentistico, compare un foglio. Qualcuno ha scritto: «Nucleare, pensiamoci noi prima che faccia lui». L’ennesimo sisma fiacca la resistenza emotiva di una nazione logorata, ma indebolisce soprattutto la voglia di ricominciare che nell’ultima settima sembrava aver contagiato superstiti e sfollati. Qui ora ci si chiede che senso abbia lottare, sgomberare montagne di macerie, progettare la ricostruzione, mentre la natura ripete che non è un luogo adatto alla civiltà  degli umani. L’acqua radioattiva, scaricata dalla Tepco davanti a Fukushima, è una tragedia che fa vergognare il pianeta. Pesca e agricoltura, per decenni, a Oriente dell’Honshu sono finiti. Migliaia di cadaveri fusi nel fango scatenano il rischio di un’epidemia di tifo e la pioggia contaminata si appresta a spargere globalmente cesio, iodio e plutonio. Nessuno sa prevedere con certezza se le iniezioni di azoto nei reattori di Fukushima potranno prevenire nuove esplosioni. Dopo Hiroshima il Giappone non aveva mai vissuto una crisi tanto profonda, teme un altro crollo della Borsa, registra un meno 75% negli arrivi di stranieri ed emerge la dimensione di una serie impressionante di scelte sbagliate. Tra Sendai e Kesennuma anche l’urbanistica mostra l’evidenza dell’assurdità . In una nazione alle prese con un devastante invecchiamento, centinaia di scuole e di asili sono stati costruiti a pochi metri dal mare, lasciando le alture ai ricoveri degli anziani e agli ospedali. Quattro settimane fa l’oceano si è portato via le nuove generazioni e i centri per sopravvissuti scoppiano ora di ottantenni e di ammalati che si interrogano sulla ragione del proprio futuro. «Non siamo risuciti a proteggere i nostri figli – dice Masaki Nogata, preside in pensione di Nobiru – non ci meritiamo un futuro». A Ishinomaki è quasi l’alba ma nessuno riesce a vedere la luce.


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