Politica, finanza e sottogoverno la ricetta del “sor Cesare” per 50 anni banchiere del potere

Così, nel vecchio Castello del Leone, ancora un po’ odoroso di Impero Austroungarico, dove nella sede di Praga lavorò da impiegato Franz Kafka, giravano le cose da quando giusto un anno fa l’ex banchiere di Marino era sbarcato in piazza Unità  d’Italia come presidente delle Generali, annunciando che avrebbe subito colà  comprato una casa, come – tardo imitatore – ha fatto l’altro giorno Berlusconi a Lampedusa. Perché a dispetto delle cosiddette regole di governance, nel mantra geronziano le deleghe non si contano, ma si pesano, come diceva Cuccia delle azioni. Lui non ne aveva ottenute soverchie di deleghe, ma se le voleva prendere, come aveva annunciato tracciando ancora da presidente di Mediobanca l’identikit di se stesso («un forte presidente esecutivo per il Leone») e come aveva sempre fatto nella sua lunga stagione di volpe del potere, anzi dei poteri, senza mai «finire in pellicceria», secondo l’espressione che, con un abbaglio, Craxi aveva preconizzato all’indirizzo di Andreotti, all’ombra del quale Geronzi aveva cominciato. Politica e finanza, miliardi e sottogoverno, conflitti d’interesse e calciatori, scatole cinesi e incesti societari, clientela e parentela, come diceva Guido Carli. Un «power broker» Cesare Geronzi, che ha traversato quasi indenne mezzo secolo di vita italiana, custode delle infinite magagne della prima e poi della seconda Repubblica, del quale la definizione più felice ha dato Giampiero Cantoni, ex presidente della Banca Nazionale del Lavoro e oggi parlamentare berlusconiano: non un uomo trasversale, «un uomo universale». Dai più banali ai più sofisticati, i soprannomi che ha collezionato ne tracciano alla perfezione la biografia. «Dottor Koch», gli fu affibbiato quando era capocambista in Banca d’Italia, un’istituzione che – come lui stesso disse – «si indossava come un saio». Florio Fiorini, che allora guidava un agguerrito branco di speculatori sulle valute, ogni tanto ne riceveva una telefonata che lo avvertiva: «Guarda che state esagerando!». Fiorini chiamava gli altri speculatori: «Ha chiamato il dottor Koch». E quelli se ne andavano qualche giorno in vacanza. Poi vennero «Penna Bianca» e il «Cardinale», fino al «Ragionier Geronzi», con cui lo sfotteva Nino Andreatta e il «Grande Taxi», coniato dall’ex ministro andreottiano Paolo Cirino Pomicino, echeggiando ciò che il primo presidente dell’Eni Enrico Mattei diceva dei partiti italiani: «Li uso come un taxi». Ma più che un Grande Taxi, Geronzi è da decenni un Grande Pullman multipiano che ha imbarcato tutti dispensando denari, incroci, strategie, nomine, clientele e ordini secchi. Dal Pci, di cui ristrutturò l’esorbitante debito di centinaia di miliardi di lire, agli ex fascisti, naturalmente dalla Dc ai socialisti, dai socialdemocratici e ai liberali. Non c’è forse giornale di partito, a cominciare dal Manifesto, che non abbia bussato con soddisfazione all’uomo nato con la politica da banchiere pubblico, prosperato con la politica da banchiere privato, coltivando il sogno di diventare il Cuccia del nuovo millennio, il regolatore sommo di un sistema capitalistico inquinato nell’osso dalla politica deteriore. Fino alla nascita del berlusconismo e della seconda Repubblica, che ebbe in lui lo stratega finanziario nel momento in cui, prima di scendere in politica per evitare la galera Berlusconi e le sue aziende erano oberati da un mostruoso fardello di debiti. Fu Geronzi a salvarlo. Al governo dell’intero sistema vagheggiato dal geronzismo non è sfuggito neanche lo sport, con i suoi affari più opachi. A un certo punto il banchiere si trovò a controllare di fatto con Capitalia sette squadre di calcio, tra cui la Roma, la Lazio e il Perugia. Luciano Gaucci (che fu querelato) lo accusò di avergli estorto beni per una ventina di milioni di euro, che finirono in una lista che oscilla tra il tragico, il grottesco e il comico: si va da quadri di Guttuso e Campigli a Rolex d’oro e altri gioielli, da una fontana dell’Ottocento a tre televisori, da cinque servizi di argenteria, fino a forniture alimentari per 188 mila euro. Il «rischio reputazionale», locuzione invalsa ad opera del governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, cioè il danno che possono procurare all’immagine e alla fiducia che si ripone in un’impresa i sospetti o gli accertati comportamenti devianti di un suo amministratore di vertice, non ha mai fermato fino a ieri la scalata di Geronzi al vertice del «sistema», nonostante egli fosse già  più che coinvolto nei crac Cirio e Parmalat al momento di prendere il posto di Cuccia per poi passare alla presidenza delle Generali. Tutte cose che gli attuali azionisti sapevano a menadito. Ma non erano più i tempi di Cesare Merzagora, che nel 1979 da presidente del Leone impedì l’ingresso del giovane Berlusconi, scrivendogli papale-papale: «Lei sta diventando sempre più anche un grosso personaggio politico… In questo campo siamo e saremo sempre molto guardinghi, non aprendo le porte a prestigiosi personaggi della finanza e dell’industria e ancor meno del bosco e del sottobosco politico». Colpito e affondato. Tanto che si narra che il Cavaliere non abbia ancora digerito quello smacco nonostante la figlia sieda oggi nel consiglio di Mediobanca e che abbia parteggiato per le operazioni «di sistema» che Geronzi aveva in mente dalla tolda di Trieste prima di essere defenestrato ieri dai suoi azionisti. L’acquisizione di Mediolanum, che a Berlusconi non serve più? La fusione tra Mediobanca e Generali per mettere il Leone al vertice delle operazioni di sistema nel capitalismo italiano, mentre il berlusconismo politico affoga e si preparano i nuovi equilibri tra poteri? Chissà  che farà  adesso l’ex banchiere che si volle fare assicuratore di sistema, mentre Giulio Tremonti è già  in campo a delibare la successione. Il vicepresidente Franco Caltagirone? O piuttosto il consigliere Paolo Scaroni, che libererebbe la succulenta poltrona dell’Eni? O l’ex ministro dell’Economia Domenico Siniscalco? Quel che è sicuro è che Geronzi, alla ricerca di rivincite, non sfuggirà  al suo ego ipertrofico, che dimostrò ancora una volta inaugurando il suo sito Internet www.cesaregeronzi.it: 74 fotografie che facevano la storia non solo del banchiere, ma della banca all’italiana, pronta di volta in volta a gratificare il potere del momento per accrescere il proprio. I 74 scatti mostravano Geronzi con papa Ratzinger e il cardinal Bertone, con Giovanni Paolo II, col cardinal Re, col cardinal Ruini e, di tonaca in tonaca, con don Luigi Verzé, con don Picchi, con l’abate di Montecassino. Dopo i preti, una spolverata di massoneria con Giancarlo Elia Valori e poi Berlusconi e Vespa, Letta e Caltagirone, Alemanno e Tremonti, fino a planare su Prodi e Veltroni, Rutelli e Violante. Un capolavoro dell’Italietta dei poteri mai cangianti e sempre inciucianti, quelli che proprio Geronzi incarna. «E’ caduto l’Impero Romano – soleva dire Cuccia – può cadere anche Mediobanca. Ma le Generali mai, perché sono il vero tesoro di questo paese». Per fortuna per ora è caduto soltanto il geronzismo, malattia senile del clientelismo.


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