Quando si governa (e sceglie) con i sondaggi

Può darsi. Il voto è stato fatto saltare quindi a fin di bene. Del resto, che gli italiani siano spaventati per quanto è successo in Giappone (con la conseguenza che il loro voto avrebbe letteralmente polverizzato l’opzione nucleare) «lo dimostrano anche» , ha rilevato ieri il premier, «i nostri sondaggi» . È il vantaggio di tenersi costantemente in contatto con la pancia del Paese, attività  nella quale il Cavaliere non teme rivali. Governare con i sondaggi permette di prendere sempre decisioni popolari, che però spesso si rivelano di corto respiro proprio perché condizionate dal consenso necessario per prevalere alle prossime elezioni. Amministrative, politiche, europee, di qualunque natura esse siano: poco importa. Da questo punto di vista, non c’è dubbio che pure in questa occasione sia stata presa una decisione coerente con l’obiettivo. La paura di perdere il referendum e magari correre qualche rischio in più alle amministrative ha fatto evidentemente premio su altre valutazioni. Peccato che la politica sia anche l’arte di assumersi, quando è necessario, la responsabilità  di scelte impopolari. Più impopolari del rinvio di un paio d’anni di una scelta ritenuta strategica dalla stessa maggioranza. Avendo inoltre l’esatta cognizione che i programmi atomici sono destinati a rimanere molto, ma molto di più, sul binario morto dove sono finiti per decreto. L’orizzonte dell’energia nucleare in Italia si allontana infatti ben oltre quella scadenza fissata ieri con una certa approssimazione da Berlusconi. Fra meno di ventiquattro mesi (ovviamente sempre che questa legislatura arrivi alla sua fine naturale del 2013) ci troveremmo nel bel mezzo di una campagna elettorale prevedibilmente infuocata. E non è affatto da escludere che l’opzione atomica si possa ritorcere contro gli stessi politici che la sostengono. Siamo sicuri che allora i numerosissimi sondaggi sui quali certamente si eserciteranno gli esperti del centrodestra daranno a Berlusconi la certezza che gli italiani, perduta la memoria di Fukushima, non sono più spaventati e sono disposti ad accogliere le centrali nucleari a braccia aperte? Andrebbe ricordato che il precedente referendum si svolse a novembre del 1987, diciotto mesi dopo l’incidente di Chernobyl, avvenuto il 26 aprile del 1986. Va detto che quella catastrofe ebbe sulla popolazione italiana un impatto enorme, non paragonabile alla tragedia giapponese sia per la minore distanza sia per le conseguenze pratiche: basta rammentare come si modificò, per mesi, il nostro regime alimentare con verdura e latte fresco messi praticamente al bando per il pericolo delle radiazioni. Ma un anno e mezzo dopo il disastro alla centrale ucraina l’ondata emotiva non si era affatto attenuata. Tanto che al referendum sostenuto da tutti i partiti di quello che allora si definiva «arco costituzionale» , con l’eccezione di repubblicani e liberali, i sì raggiunsero l’ 80%e il quorum venne ampiamente superato (anche se la percentuale di votanti si aggirò intorno al 65%, una delle più basse del dopoguerra). La scusa che si è voluto prendere un po’ di tempo per far raffreddare gli animi scossi dagli eventi di Fukushima non regge. Quale forza politica avrà  il coraggio di sfidare i sondaggi rilanciando le centrali atomiche come pilastro del programma elettorale per le prossime elezioni, al quale tutti stanno già  lavorando? Sicuramente non il centrosinistra, contrario al nucleare. E pure ammettendo che questo coraggio il centrodestra lo trovi, e che poi vinca pure le elezioni, non sarà  certamente facile rimettere in moto una macchina ferma da due anni ma che in realtà  non è mai uscita dal garage. Ci saranno da riscrivere leggi e regolamenti che il Parlamento dovrà  di nuovo approvare… E immaginiamo le polemiche. Quindi si dovranno scegliere i siti per le centrali, quelli per lo stoccaggio delle scorie… E immaginiamo le proteste. Insomma, forse non si dovrà  ripartire proprio da zero, ma quasi. L’orizzonte si allontana così tanto che adesso è davvero difficile scorgerlo. Grazie ai sondaggi che probabilmente hanno salvato l’attuale maggioranza da una brutta sconfitta politica.


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