Quella rete di attivisti in esilio che aggira la censura di regime

BEIRUT – Nella giornata più sanguinosa da quando è iniziata la rivolta in Siria, le dita di Rami Nakhle volano sulla tastiera del suo computer in una stanza avvolta dal silenzio, inframmezzato soltanto dai notiziari di Al-Jazeera. Man Mano che gli eventi si accavallavano, venerdì, vari user name comparivano e svanivano sul suo monitor. Twitter aggiornava di continuo, tra slogan e insulti. Facebook si alternava veloce a Gmail, Skype e Google map, mentre Nakhle si univa a un gruppo ristretto di siriani all’estero, tutti esuli come lui, dediti a fomentare, raccontare e – cosa forse ancor più degna di nota – addirittura guidare la più grande sfida degli ultimi quarant’anni al regime della famiglia Assad. «Senti?», grida Nakhle mentre scorre il filmato che ha appena scaricato, nel quale i manifestanti del porto di Banias chiedono a gran voce che il governo se ne vada: «Questo sta accadendo in Siria! È incredibile!». A differenza dei tumulti che hanno avuto luogo in Egitto, in Tunisia e addirittura in Libia, arrivati sui teleschermi di tutto il mondo, la ribellione in Siria si distingue per l’efficienza di una avanguardia all’estero nel convogliare ovunque immagini e notizie illuminanti, seppure – per loro stessa ammissione – incomplete. Sono settimane ormai che un ristretto numero di attivisti, ubicati in Medio Oriente, in Europa e negli Stati Uniti, si coordina a ogni latitudine possibile per fare arrivare clandestinamente in Siria centinaia di telefoni satellitari e cellulari, modem, laptop e telecamere. Lì, alcuni connazionali eludono la sorveglianza grazie a programmi software inviati per via elettronica e caricano online su connessioni di fortuna filmati di cinque minuti l’uno. Ciò che fanno rende possibile quello che finora era impossibile. Nel 1982 il governo siriano era riuscito a tenere nascosto, per un certo periodo, il massacro di almeno diecimila persone, avvenuto nella città  di Hama durante la brutale repressione di una rivolta islamista. Sabato invece, in tutto il mondo si è potuto assistere, quasi in tempo reale, ai canti e ai pianti per i morti, mentre i siriani a lutto nel paese seppellivano i manifestanti uccisi dalle forze di sicurezza soltanto il giorno prima, nello stesso momento in cui le forze siriane rinnovavano la repressione aprendo il fuoco sui cortei funebri in numerose città . Gli attivisti stanno facendo vacillare il governo del presidente Bashar Assad, obbligandolo a prendere atto del fatto che ha perso completamente il controllo delle notizie sulla rivolta. Nakhle fa parte di un network che copre letteralmente tutto il globo, dalla signora siro-americana di Chicago che dice di essere stufa di limitarsi a guardare Al-Jazeera, all’attivista nato a Damasco e residente a Londra, Ausama Monajed, che guida la sua auto tenendo sul sedile passeggeri un laptop collegato a Internet, un apparecchio software che mette per iscritto l’audio e un iPhone collegato agli altoparlanti dello stereo in macchina che gli consente di ritrasmettere le emittenti dei network satellitari arabi. Monajed ritiene che non siano più di 18-20 le persone impegnate a tempo pieno a coordinare e coprire le manifestazioni in Siria. Però vanta il fatto di poter trovare qualcuno della sua comunità  disposto a tradurre un comunicato dall’inglese al francese alle 4 del mattino, o di mandare in onda un video in arabo alle 5. Ha contatti in tutte le province siriane, e ognuno di questi contatti ha una propria rete di una decina di collaboratori. «E il regime non può farci niente», dice. Alcuni dicono di aver potuto contare su uomini d’affari siriani, all’estero e in patria, per finanziare quello che considerano il loro successo di maggior rilievo: dopo aver visto come a gennaio il governo egiziano era riuscito con successo a disattivare Internet e le reti della telefonia mobile, hanno deciso di far arrivare in Siria telefoni satellitari e modem per scongiurare una mossa analoga. Ammar Abdulhamid, un attivista del Maryland, calcola di essere riuscito a far arrivare in Siria un centinaio di telefoni satellitari, oltre a centinaia di telecamere e laptop. Una pagina di Facebook aperta all’estero che si chiama “Syria Revolution” è diventata la tribuna della rivolta, e i suoi comunicati costituiscono de facto la linea politica dell’insurrezione. Nakhle dice di aver invitato la popolazione a usare slogan privi di toni settari o religiosi tipici degli attivisti islamici. «Dobbiamo preoccuparci noi di loro», dice. © The New York Times/La Repubblica Traduzione di Anna Bissanti


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