Riace, il paese che chiede più immigrati “Mandateli qui, ne abbiamo bisogno”

Loro erano curdi. Ma poi loro diventarono afgani e palestinesi, diventarono etiopi, eritrei, somali, serbi e albanesi, egiziani, siriani, iracheni, iraniani. Tutti «nuovi cittadini» di un piccolo paese appena sopra la Locride dei sequestri e delle nefandezze mafiose, tutti che hanno trovato casa e lavoro in una delle terre più povere da questa parte del Mediterraneo. Ne sono passati almeno 6 mila da lì. E ne vogliono ancora di naufraghi, profughi, rifugiati. Anche quelli che stanno sbarcando in queste settimane sugli scogli di Lampedusa. Le porte di Riace sono sempre aperte. Questa è una storia alla rovescia, una di quelle che non ha niente da spartire con gli egoismi e le ossessioni dei tanti Nord d’Italia o d’Europa. Questa è la storia di un borgo che non è morto perché sono arrivati «gli altri». Passa il mondo da Riace. E un po’ di mondo, qui si è fermato per sempre. Su 1800 abitanti quasi 300 erano stranieri e adesso sono italiani. I Bronzi li tirarono su nel 1972 e sembrava che Riace dovesse trasformarsi in una Rimini del basso Jonio. Tutti che parlavano di turismo, tutti che volevano costruire alberghi e palazzi per onorare e sfruttare la miracolosa pesca di quelle statue di straordinaria fattura, poi però i due guerrieri restarono soli in un museo a Reggio e Riace perse metà  della popolazione. Tutti emigrati. Ogni anno un paese sempre più deserto, sempre più povero. Fino a quando un barcone quasi si rovesciò a duecento metri dalla costa. «Io passavo di là , dalla statale e ho visto una folla di uomini e di donne e di bambini che usciva dall’acqua, per me fu come un’apparizione», ricorda Domenico Lucano, allora ragazzo e oggi sindaco di Riace. Era il 1 luglio 1998. Nelle case abbandonate dai calabresi che erano andati a lavorare fra il Canada e l’Australia trovarono riparo trecento curdi. I primi. Perché poi Riace è diventata una piccola grande capitale multietnica. Ieri con gli sbarchi dei popoli in fuga dall’Asia e oggi con quelli dei popoli in fuga dall’Africa. Benvenuti a tutti. Anche agli ultimi. Proprio questa mattina Domenico Lucano e gli altri 40 sindaci della Locride chiederanno ufficialmente al governo «che sono pronti ad ospitare i migranti di Lampedusa». Sono gli unici che non si rivoltano perché glieli piazzano nel loro paese, anzi loro li vogliono. È l’esempio di Riace. È l’altra Italia che è a una cinquantina di chilometri dalla Rosarno della «caccia al negro» di un anno fa e che non è sfuggita a un elogio – un editoriale – dell’Osservatore Romano. «Ciascun emigrato per noi è una speranza, qui abbiamo bisogno di loro, loro hanno riportato alla vita il nostro paese», racconta il sindaco che viene ormai chiamato da tutti «Mimmo dei curdi» o «Lucano l’afgano». Il centro storico si è ripopolato anno dopo anno, sbarco dopo sbarco. Il giorno dopo il permesso di soggiorno, tutti ritirano la carta d’identità  all’ufficio anagrafe del Comune. Tutti residenti. E tutti con un lavoro. Fanno i falegnami, i panettieri, fanno i pastori, i ceramisti, gli agricoltori. In paese gira anche una moneta speciale («È un bonus in attesa di alcuni contributi comunitari che arrivano sempre in ritardo», spiega Lucano) con il volto di Gandhi sulle banconote da 50 euro, quello di Martin Luther King su quelle da 20, Peppino Impastato e Che Guevara sui tagli da 10 euro. Sono ticket che poi si trasformano in soldi veri. La convivenza con gli italiani di Calabria è perfetta. Un miscuglio di razze e un modello che ha attirato anche il regista de Il Cielo sopra Berlino Wim Wenders, che un anno fa ha girato un cortometraggio «sull’utopia di Riace». Tutto è cominciato con quella visione di Mimmo, il mare e i naufraghi. E tutto è cominciato anche con il «laboratorio Badolato», l’esperimento di far rinascere con l’arrivo di altri curdi un altro paese calabro voluto tanti anni fa da Tonino Perna, docente di sociologia economica all’Università  di Messina. Sull’esperimento di Badolato è risorto Riace. «In mezzo a tanti disastri, c’è anche una civiltà  del Meridione che è questa», dice Perna che spiega poi come etiopi ed eritrei ed afgani abbiano «occupato» nella sua Calabria terre abbandonate per coltivare i campi come una volta. Dopo Badolato Riace, dopo Riace anche il paese di Caulonia ha i suoi «nuovi cittadini». Dopo Caulonia adesso altri comuni calabresi vogliono «gli altri». Ve l’avevamo detto che questa era una storia alla rovescia.


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