Rimborsi cancellati e tassi tagliati uno spettro fa tremare Eurolandia

Il Paese ha un buco di 340 miliardi. Ora il primo passo può essere allungare la scadenza a 30 anni Nelle banche, nelle borse, nei vertici internazionali girano facce scure, quasi come nel 2008. Allora, era la finanza-ombra dei derivati e degli speculatori la molla delle preoccupazioni. Oggi è la crisi delle finanze di Stato che sta per esplodere. Da ieri, i riflettori sono puntati anche su debito e deficit di un gigante come gli Stati Uniti. E, se nessuno pensa ancora di trovarsi di fronte ad una emergenza americana, che sommergerebbe la finanza globale, per i Paesi più deboli e da più tempo nella tempesta gli scricchiolii d’oltre Atlantico indicano che occorre accelerare l’ora delle decisioni finali. Prolungare le scadenze dei debiti, tagliare gli interessi, ricomprare i titoli in circolazione: quale sia la strada scelta, la Grecia, il primo Paese a cadere nel vortice, ristrutturerà  il suo debito pubblico entro l’estate. Fra tiepide smentite e mezze ammissioni, questa la convinzione che si sta facendo strada nei mercati. Ma è una strada piena di incognite, che spiegano le esitazioni e i rinvii. In realtà , imboccarla un anno fa, prima che la crisi si allargasse a livello internazionale, sarebbe stato, forse, più facile. Il risultato, comunque, è che l’Europa si trova, in una situazione deteriorata, di fronte allo stesso dilemma della scorsa primavera. Un salvataggio in piena regola, che eviterebbe la bancarotta, ma peserebbe sulle tasche dei contribuenti europei. Oppure una ristrutturazione che potrebbe non risultare decisiva, scatenare il contagio agli altri paesi indeboliti d’Europa e risolversi, alla fine, in un salvataggio anche più ampio. La Grecia ha, ormai, un debito complessivo di 340 miliardi di euro. Il primo passo per evitare che annunci, come dieci anni fa l’Argentina, che non rimborserà  i suoi debiti, potrebbe essere un allungamento delle scadenze: si parla di uno swap, sostituire i titoli decennali con titoli a 30 anni. I trentennali avrebbero priorità  nel rimborso e questo farebbe scendere i prezzi dei decennali, incentivando gli investitori allo scambio. Una seconda ipotesi è il default parziale: la Grecia deciderebbe unilateralmente di rimborsare, alla scadenza, solo l’80%, ad esempio, del valore nominale del titolo. Una terza possibilità  è il buy back: la Grecia si farebbe prestare dall’Europa i soldi per ricomprare sul mercato uno stock del proprio debito. Paolo Manasse, professore di economia a Bologna, ha scritto su lavoce. info che, almeno rispetto ai prezzi attuali dei Bot greci sul mercato secondario, assai lontani dal nominale, le prime due ipotesi (swap e default parziale) comporterebbero un guadagno modesto per lo Stato greco, ma anche perdite contenute per gli investitori. Il buy back sarebbe, invece, un cospicuo regalo per i creditori e una sensibile perdita per il debitore. Dal punto di vista dello Stato greco, non sembrerebbero esserci dubbi. Ma, in questa vicenda, la linea di divisione negli interessi di debitori e creditori è meno netta di quanto si possa pensare. Un terzo del debito greco è verso Bruxelles e la Banca centrale europea: una perdita andrebbe a pesare direttamente sui cittadini della Ue. Un altro terzo è verso gli investitori, fra cui ci sono banche estere e fondi pensione. Anche per questa via verrebbero colpiti vasti strati di cittadini europei. Infine, 80 milioni di euro sono i debiti verso le banche greche: indebolirle potrebbe rivelarsi un autogol, costringendo Atene ad un salvataggio delle proprie banche. C’è un altro motivo, per cui la ristrutturazione viene definita «una ipotesi disastrosa» dalla Banca centrale greca. La situazione è ormai tale, per cui, se anche la Grecia attuasse la ristrutturazione più selvaggia, cessando di pagare gli interessi sul debito, avrebbe comunque bisogno di indebitarsi ancora per andare avanti. Ma una ristrutturazione – anche più morbida – potrebbe chiudere le porte dei mercati all’emissione di titoli greci. L’Europa dovrebbe intervenire ancora a finanziare Atene. Vale, tuttavia, anche il contrario: se la mancata ristrutturazione portasse alla bancarotta, i mercati finanziari girerebbero ugualmente le spalle alla Grecia. Questo il dilemma su cui girano, per ora a vuoto, Atene e le altre capitali europee. Ma bisogna aggiungerci la paura, resa esplicita dalla Bce, del contagio. In buona misura, alla radice di questa paura, c’è il paradosso-Merkel, ovvero la pretesa tedesca di esigere alti tassi di interesse sui crediti europei e, contemporaneamente, imporre un’austerità  che, spingendo i debitori verso la recessione, rende più difficile rimborsare quei crediti. Il risultato è che il debito greco è, alla lunga, insostenibile. Oggi, Atene paga, sui suoi titoli di nuova emissione, il 14% di interesse. Il tasso medio è più basso, ma, se il 14% venisse confermato nelle emissioni dei prossimi mesi, per ridurre il rapporto debito/Pil, la Grecia dovrebbe far crescere il prodotto interno a prezzi correnti (compresa, cioè, l’inflazione) più del 14%, assai più veloce della Cina. Ma la Grecia non è l’unica ad avere un debito, alla lunga, insostenibile. L’Irlanda paga sui nuovi titoli il 9,8%, il Portogallo il 9,2. Considerata un’inflazione del 2-3%, il Pil dovrebbe crescere, in termini reali, del 6-7%, mentre invece i due Paesi si avviano alla recessione. Il discorso vale anche per la Spagna, che paga rendimenti del 5,4%. E anche per l’Italia: fra inflazione e prodotto reale, il Pil nominale italiano cresce del 3-3,5%. Il costo medio di Bot e Btp è, oggi, del 3,6%. Ma sulle nuove emissioni, stiamo pagando quasi il 4,9%. Se i rendimenti non scendono, o la crescita non decolla, rischiamo di andare ancora più sotto.


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