Siria, prime crepe nel regime carri armati alle porte di Damasco

RAMTHA (frontiera giordano-siriana) – Le colonne di fumo si alzano lente verso un cielo incredibilmente azzurro. Le esplosioni si sentono nitide, cupe nel loro suono. Attraversano tutta la valle e arrivano fin qui, alla sbarra della frontiera giordana, chiusa da tre giorni. Perché lì a Dera’a, dalla altra parte della valle, a tre chilometri di distanza, si sta consumando un massacro, una punizione collettiva per la città  dove il 15 marzo scorso è iniziata la rivolta contro il regime di Bashar Assad. Ai carri armati che hanno preso il controllo della città  si sono aggiunti i raid dell’aviazione, che ha bombardato il centro abitato. Incurante delle pressioni internazionali, del monito dell’Unione Europea e degli Stati Uniti, Assad va avanti con la soluzione militare contro le proteste che da sei settimane scuotono la Siria. Banyas, Douma, si aspettano un attacco in grande stile nelle prossime ore, una divisione meccanizzata – trenta carri armati – ha preso ieri sera il controllo delle strade d’accesso a Damasco, dove il domino della rivolta potrebbe arrivare domani, con manifestazioni all’uscita delle moschee dopo la preghiera di mezzogiorno. Dera’a, raccontano le voci al telefono dall’interno dell’assedio, è una città  fantasma. Stremata, bombardata dai carri armati e dall’aviazione e isolata dal resto della Siria, da tre giorni la città  è senz’acqua, luce e telecomunicazioni, tagliate dalle truppe di Assad, che impediscono qualsiasi rifornimento, lasciando nella disperazione la popolazione, che denuncia il rischio di una catastrofe umanitaria. Gli “assediati” continuano ad invocare a gran voce un cessate il fuoco umanitario, per poter far entrare in città  viveri, acqua, latte in polvere per bambini, sangue per le trasfusioni e per recuperare i cadaveri dalle strade. Intanto le bande di shabbiha – i miliziani fedeli al regime – si danno ai saccheggi di negozi e abitazioni. Forze di sicurezza e i reparti speciali fedeli al presidente, guidati da suo fratello Maher che sta guidando questo massacro, hanno il controllo del centro – della Kaziet al Balad, la piazza principale – ma non riescono ad avanzare. I soldati del Quarto reggimento, inviati ieri da Damasco, sono costretti ad affrontare quelli del Quinto reggimento, che martedì si sono rifiutati di sparare sui manifestanti e sono passati dalla parte della rivolta. È il segno più evidente che nel regime di Assad e nel partito-Stato Baath si stanno aprendo ampie crepe. Ieri duecentotrenta membri del Baath si sono dimessi «in segno di protesta contro la violenta repressione del regime, contraria a ogni valore umano, e contro gli arresti arbitrari, le violenze sui civili inermi». Denunciano «le perquisizioni, i colpi d’arma da fuoco sparati senza discriminazione contro la gente, contro le case, le moschee e le chiese». Sul regime siriano incombono anche le sanzioni che l’Unione Europea si accinge a varare con un vertice straordinario domani a Bruxelles, misure che hanno preso più consistenza dopo il vertice Italo-francese di martedì. Un segno del crescente isolamento internazionale della Siria, abbandonata già  al suo destino dai “fratelli” arabi. Per Catherine Ashton, ministro degli Esteri della Ue, «tutte le opzioni sono sul tavolo». Ieri a Roma, Parigi, Londra, Berlino e Madrid sono stati convocati gli ambasciatori siriani per condannare «l’escalation della repressione in Siria e chiedere la fine dell’uso della forza». Gli Stati Uniti hanno già  annunciato sanzioni «mirate» contro i principali dirigenti siriani. Washington ha chiesto e ottenuto di tenere una sessione speciale del consiglio dei diritti umani dell’Onu, domani, per discutere della situazione siriana. Nella rivolta contro Assad sono già  stati uccisi oltre 500 civili. Gran parte di loro erano abitanti di Dera’a, la città  sotto le bombe dall’altra parte della valle.


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