Thailandia-Cambogia, il fronte interno

Ottantacinquemila civili evacuati, più o meno equamente distribuiti sui due lati del confine. Le prime vittime del conflitto thailandese-cambogiano per il tempio di Preah Vihear sono proprio loro, i contadini costretti ad abbandonare in fretta e furia case e raccolti per rifugiarsi nei campi profughi, già  una trentina.
E ancora loro rischiano di essere vittime due volte dato che, almeno in Thailandia, i militari li stanno già  inquadrando in “gruppi di autodifesa” per presidiare proprio quei villaggi che la propaganda descrive alla mercè del fantomatico nemico.

Il tutto per una guerricciola assurda, per un fazzoletto di terra e qualche rudere, senza che si veda una plausibile ragione materiale perché venga combattuta. Un miniconflitto che si trascina, in cui gli “eserciti” nemici giungono spesso a cinquanta metri di distanza, si sparano, ci scappa il morto, e poi tutti a chiedere scusa e a lasciare intendere che però la colpa è dell’avversario.
Finora sono morti in sedici e circa cinquanta sono i feriti, mentre gli scontri si sono spostati da Preah Vihear alla collina nei pressi di altri due templi: Ta Krabey e Ta Moan.

Le ragioni, si diceva, sono tutte simboliche e politiche. Ci sono i templi indù, certo. Preah Vihear fu assegnato dall’Onu alla Cambogia nel 1962, sulla falsariga di una spartizione di inizio Novecento. In quegli anni, i francesi tracciarono ad arte un confine tra la “loro” Indocina (di cui faceva parte l’attuale Cambogia) e il regno di Siam (la Thailandia) che rispettava più o meno i confini naturali, salvo poi allargarsi improvvisamente per “scippare” il tempio ai dirimpettai.
Il conflitto appare quindi in parte come l’ennesima eredità  di un colonialismo che amava tracciare frontiere con penna e righello, secondo interessi della madrepatria e senza curarsi di eventuali conseguenze.

La Thailandia non ha per altro protestato per quarant’anni, mentre adesso scopre improvvisamente l’importanza del tempio.
Si arriva quindi alla politica di oggi, e i giochi sembrano del tutto interni, da entrambe le parti. In Cambogia lo scenario è più semplice. Il premier Hun Sen – che conosciamo perché tra le altre cose è ben disposto a calare le braghe con la Cina in merito alle dighe sul Mekong – cerca consenso in chiave nazionalista e gioca d’azzardo confidando nel caos politico che vige a Bangkok e dintorni.
In Thailandia, infatti, si prevedono elezioni tra giugno e luglio e, secondo molti analisti, i militari stanno gettando benzina sul fuoco per continuare a esercitare l’influenza che si sono guadagnati nel 2006 quando, con un golpe, deposero l’allora Primo ministro Thaksin Shinawatra.
I sondaggi assegnano buone possibilità  al Puea Thai, partito pro-Thaksin, i militari starebbero quindi mettendo le carte in tavola: senza di noi non si governa.

Ovviamente l’esibizione muscolare e il nazionalismo funzionano finché a rimetterci la pelle sono in pochi e sconosciuti. Non bisogna tirare troppo la corda. Questo è il motivo principale per cui gli analisti internazionali sono propensi a credere che non ci sarà  un’escalation e che probabilmente tutto finirà  d’incanto dopo le elezioni thailandesi. È la Realpolitik in salsa indocinese. Ma il rischio è che le tensioni di confine si alimentino da sole in una sorta di reazione a catena.


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