Tutte le piste portano ad Al Qaeda “Nel mirino le riforme democratiche”

ROMA – In un flusso di informazioni ancora molto frammentarie, in una strage di innocenti dalla contabilità  del sangue purtroppo ancora provvisoria, il lavoro della polizia marocchina e le analisi della nostra intelligence, come di quella francese e spagnola, sembrano afferrare una “certezza”. L’inferno di fuoco e chiodi di piazza Jemaa el Fna ha stimmate “qaediste”. «Comunque mostra un tratto e una matrice integralista evidente», per dirla con le parole di fonti qualificate dei nostri Servizi, esterno (Aise) e interno (Aisi). Perché in attesa di una rivendicazione che ancora non c’è, ma che «presto arriverà » (ne sono convinte le autorità  antiterrorismo marocchine), è questo ciò che indicano sia le modalità  del massacro – nella devastazione del “caffè Argana”, nel tipo di ordigno utilizzato e nello scempio dei resti umani sulla scena dell’attentato, sono state trovate evidenze della presenza di «almeno due martiri» – sia la scelta dell’obiettivo. «Colpire quella piazza di Marrakech e quel suo caffè con il ballatoio affacciato sul grande mercato, regolarmente affollato di occidentali, che da solo rappresenta una delle immagini più note del Marocco nel mondo – ragiona una fonte dell’Aisi – significa voler colpire la prima industria del Paese: il turismo. E colpire quell’industria, significa creare le condizioni per precipitare ulteriormente la crisi economica del Marocco e far deragliare o comunque incendiare il complesso processo politico avviato in questi ultimi mesi dalle pacifiche proteste di piazza e dalle prime aperture della monarchia». Assestando contestualmente – va aggiunto – un colpo mortale a entrambi i suoi protagonisti. I movimenti spontanei per la democrazia e la monarchia di Mohamed VI. Non è un caso che il governo marocchino parli di «situazione che riporta il Paese al maggio del 2003», quando una catena di attentati a Casablanca colpì l’hotel Farah, la Casa di Spagna, un ristorante italiano e il vicino consolato Belga, il circolo “Alleanza per Israele” e un cimitero ebraico, lasciando sul terreno 45 morti (tra questi i 12 “martiri” che avevano portato a termine l’azione) e un centinaio di feriti. Al picco cioè dell’offensiva integralista islamica nel Paese, cui la monarchia e il governo risposero con politiche speciali antiterrorismo che, in questi anni, hanno fatto del Marocco uno dei luoghi più “sicuri” del nord-Africa (due soli gli attentati da allora, nel marzo e aprile del 2007 a Casablanca, quando a morire, però, furono solo gli uomini bomba). Promuovendolo, insieme all’Egitto, a principale partner di Europa e Stati Uniti nelle attività  antiterrorismo. Ma collocandolo anche nella parte più bassa nella graduatoria del rispetto dei diritti umani, per la durezza delle sue “operazioni preventive” di polizia, per la sommarietà  nella raccolta e valutazione delle prove nei procedimenti contro cittadini accusati di militanza o propaganda integralista. «Le proteste di piazza del 20 febbraio, del 20 marzo e del 24 aprile – ragiona un analista del nostro Antiterrorismo – avevano ottenuto risultati simbolicamente significativi. Avevano convinto due settimane fa la monarchia a un provvedimento di clemenza storico, che in qualche modo doveva o voleva chiudere una pagina dell’emergenza. Ora, questa strage rischia di ricacciare la questione indietro di un decennio». Il 14 aprile, Mohamed VI aveva infatti concesso la grazia a 148 detenuti accusati o condannati per reati legati alla loro militanza in formazioni integraliste islamiche. E il provvedimento era arrivato su sollecitazione formale del neonato “Consiglio Nazionale per i diritti umani”, organo consultivo del governo, voluto dal re proprio per rispondere a una delle questioni poste dalla piazza che chiede democrazia. Per giunta, negli stessi giorni in cui veniva annunciato dal governo l’aumento di 55 euro del salario base degli oltre 600 mila funzionari pubblici marocchini. Se è dunque vero, come ritiene l’intelligence in queste ore, che quella di piazza Jemaa el Fna è «una strage innanzitutto contro il processo di riforme in Marocco, prima ancora che contro l’Occidente e gli occidentali», anche la previsione di quel che può accadere da oggi in avanti ne diventa il corollario. Aise e Aisi – e con loro i principali Servizi europei – escludono che il massacro di ieri possa essere il prologo di una campagna di sangue che minacci i due grandi eventi collettivi che l’Europa si prepara a vivere in questo scorcio di settimana: il matrimonio dei reali a Londra, la beatificazione di Papa Giovanni Paolo II a Roma.


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