Carceri sovraffollate e processi lentissimi, dalle carceri di Roma parte la protesta

ROMA – Il governo non li ascolta e allora la legge se la sono scritta da soli. I detenuti del carcere romano di Regina Coeli hanno dato via a una dura protesta, che in questi giorni sta contagiando anche altri penitenziari d’Italia, per denunciare le drammatiche condizioni di vita nelle carceri con uno sciopero della fame (in corso da domenica 15 maggio e sospeso mercoledì 18) e l’incessante battere sulle sbarre delle celle. Ma soprattutto, i reclusi romani hanno redatto un disegno di legge «autoprodotto» per la riforma del sistema carcerario che il Garante dei diritti dei detenuti del Lazio, Angiolo Marroni, ha inviato al premier Silvio Berlusconi e alle più alte cariche dello Stato.

PROPOSTA DI LEGGE – La proposta di disegno di legge preparata dai detenuti è composta da quattro articoli ed è volta a «garantire la celerità  del processo penale e l’accesso alle misure alternative al condannato che ne risulti meritevole» spiega Marroni. «I detenuti – aggiunge il Garante – non vogliono premi né indulgenze, ma solo certezza di giustizia. Sono infatti convinti che, con le loro proposte, si arriverà  a snellire le procedure, e con un minore afflusso di detenuti potranno migliorare le condizioni di vita nelle carceri». «Sono mesi che denuncio la reale e grave situazione in particolare nella nostra regione Lazio– aggiunge Chiara Colosimo consigliere regionale Pdl –. Lo scorso febbraio, a Regina Coeli, a fronte di una capienza regolamenta di 950 detenuti, la popolazione carceraria è arrivata 1125 persone, per il 75% stranieri».

La protesta dei Radicali davanti a Regina Coeli (Eidon) La protesta dei Radicali davanti a Regina Coeli (Eidon) RADICALI: «SERVE L’AMNISTIA» – Centinaia di detenuti in tutta Italia e più di 300 tra i loro familiari stanno attuando lo sciopero della fame per chiedere al governo un’amnistia «che ponga fine all’illegalità  delle carceri italiane e di una giustizia sopraffatta e bloccata da milioni di processi arretrati che danno origine all’irresponsabile amnistia illegale di 170 mila prescrizioni all’anno» spiegano i Radicali. L’iniziativa è partita dai reclusi di tutte le sezioni del carcere romano di Regina Coeli ed è a sostegno del digiuno che il leader del partito Marco Pannella porta avanti da ormai trenta giorni, «affinchè l’Italia possa tornare in qualche misura a essere definita una democrazia».

Una cella nel carcere di Rebibbia (Proto) Una cella nel carcere di Rebibbia (Proto) SCIOPERO DELLA FAME IN TUTTA ITALIA – Da domenica 15 stanno rifiutando il cibo i detenuti delle carceri di Regina Coeli (dove lo sciopero è sospeso grazie all’intervento del Garante Marroni), Rieti, Fuorni, Poggioreale, Catania Piazza Lanza, Sassari San Sebastiano, Agrigento, Cagliari Buon Cammino, Vercelli, Velletri, di Opera e San Vittore a Milano, Imperia, Ancona, Prato, Ariano Irpino, Venezia, Alessandria, Lanciano e Marassi. «Una partecipazione straordinaria e in continuo aumento anche tra i familiari dei detenuti», sottolineano i Radicali. Un appello a cittadini e associazioni perché partecipino all’iniziativa è stato rivolto mercoledì 18 maggio da don Andrea Gallo: «La legge per l’amministrazione carceraria non è applicata, le carceri oltre ad essere discarica sociale, sovraffollate, sono case dell’illegalità » ha detto il religioso ospite con Pannella di Radio Carcere, il programma in onda su Radio radicale.

AGENTI PROTESTANO A REBIBBIA – A protestare contro il sovraffollamento delle carceri sono anche gli agenti di polizia penitenziaria di un altro carcere romano: Rebibbia. «Da giorni sono in agitazione per denunciare, ancora una volta, la situazione di disagio in cui sono costretti ad operare» afferma il segretario nazionale dell’Ugl Polizia Penitenziaria, Giuseppe Moretti. «La protesta – conclude il sindacalista – è più che legittima perché, a causa del sovraffollamento, ci troviamo davanti ad un carico di lavoro difficile da portare a compimento sotto organico. Le denunce sull’emergenza sovraffollamento, la carenza di organico e l’inadeguatezza delle strutture e delle risorse purtroppo non trovano ancora e inspiegabilmente risposte adeguate».


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