Catena umana, salvati 500 naufraghi

by Editore | 9 Maggio 2011 5:49

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LAMPEDUSA — Si morde le labbra il tenente Marco Persi. Per soffocare l’emozione nel ricordare la catena umana che nella notte più lunga di Lampedusa ha permesso di salvare 527 vite umane, comprese 24 donne incinte, compresi 12 bambini atterriti. Alcuni di pochi mesi appena. Lanciati in acqua e presi al volo o afferrati fra le onde da questo coraggioso finanziere e da altri militari, dagli angeli delle organizzazioni umanitarie, anche da una giornalista e dai volontari accorsi sulla frastagliata costa parallela alla pista dell’aeroporto, a due passi dal molo commerciale, l’ansa rocciosa di Cavallo Bianco dove, dieci minuti dopo le 4 del mattino, s’è incagliato l’ennesimo barcone arrivato dalla Libia. Tutti salvi. Epilogo felice di una tragedia evitata per la tenacia e l’altruismo di decine di uomini e donne pronti a rischiare la vita a due passi da quella che fu chiamata la collina della vergogna. Non si distinguevano le divise della Finanza, dei Guardacoste, dei Carabinieri, le mute nere dei sommozzatori, le pattine blu dell’Organizzazione per i rifugiati, quelle gialle di Save the Children, le tute della Croce rossa e dei Vigili del fuoco, tutti uguali, come tanti semplici cittadini. Tutti in fila, alcuni in acqua come il tenente della Finanza Davide Miserendino, tuffatosi 12 volte per aiutare somali, nigeriani, libici che annaspavano saltando nel buio dal barcone piegato su se stesso. Proprio lo stesso natante che Malta stava soccorrendo. E invece, come spesso capita, le motovedette maltesi avrebbero solo indicato la direzione Lampedusa. Di qui l’operazione aggancio con un mezzo della Finanza affiancatosi al barcone per consentire il salto di tre uomini. Tutto avveniva intorno alle 3, mentre a Lampedusa approdava un’altra motonave con 842 migranti giunti da Tripoli. Motonave gemella di quella affondata per sovraccarico venerdì davanti alle coste libiche con centinaia di dispersi. Uno scenario dell’orrore che ha convinto i finanzieri a pilotare con i propri uomini l’ultimo barcone di una notte senza fine. Ma quando erano a dieci metri dagli scogli, si è spezzata la catena del timone. Pochi attimi e la prua è finita sulle rocce, la chiglia incastrata nel fondale, la fiancata piegata, i 500 migranti spinti verso fuori, le mani aggrappate ai ferri, uomini, donne e bambini schiacciati gli uni sugli altri. Sono state le loro grida a richiamare chi li attendeva al molo. «Sentivamo le voci, ma non potevamo vedere nessuno e ci siamo arrampicati fra i sassi in cima, scoprendo il disastro di una barca dove tutti rischiavano di morire» , racconta l’inviata dell’Adnkronos, Elvira Terranova, il taccuino gettato via per soccorrere i primi bambini e restare incollata a Severin, il nigeriano di 4 mesi che s’è trovata fra le braccia, inzuppato, terrorizzato, subito coccolato, avvolto in una termocoperta, alla ricerca di genitori che non ha trovato per due ore: «Erano diversi i bimbi senza mamme, uno l’ha preso il tenente Miserendino, un altro il commissario Empoli, io stringevo quella creatura chiedendo ad ogni donna… Gli cantavo le canzoncine, lo accarezzavo, ma i suoi occhi interrogavano tristi. Poi, un grido. Era la madre che ringraziava Dio e mi abbracciava. E il piccolo è tornato a sorridere. Mentre io piangevo…» . E’ così che Madeline, approdata dal Camerun col marito nigeriano, ha riconquistato la felicità . Come tutti i suoi compagni di viaggio che vedono arrivare pescatori, casalinghe, ragazzi di ogni età  per portare vestiti, cibo, giocattoli a un popolo che stende jeans e tuniche fra le aiuole. Come Loredana, la banconista del Bar Royal che corre col suo scooter blu per dare una mano, attorniata dai dieci bambini che chiedono di fare un giro. E un funzionario di polizia lascia fare, compiaciuto dal clima di festa, dopo l’inferno della notte. Anzi dal clima di solidarietà  che riempie il cuore al maresciallo Angelo Mottola, un toscano di base a Palermo, che fa giocare Junior, 6 anni, da lui strappato alle onde fra gli scogli, le mani escoriate. E tutti a ringraziare. Come Juilet, una nigeriana che tiene stretta la sua Tracy, due anni, un velo di sconforto pensando al marito morto sotto i bombardamenti a Tripoli. È la storia dei due afgani che fanno domande senza risposta: «Perché bombardate Tripoli dove noi da anni lavoravamo e da dove adesso scappiamo?» . Non ha la risposta il tenente Persi tornando emozionato nel pomeriggio davanti a quel peschereccio inclinato. Una sola certezza: «È uno dei giorni più belli della nostra vita» . Anche per chi ha salvato.

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