Ecuador, la meta preferita dai narcos

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L’Ecuador è ormai la piattaforma da cui i più grandi narcotrafficanti latinoamericani fanno affari con il resto del mondo. A dichiararlo è Jay Bergman, direttore per la regione andina dell’Agenzia antidroga statunitense, la Dea. Grazie alla posizione geograficamente strategica del paese andino, ossia inserito fra i due colossi della produzione di cocaina, Colombia e Perù, negli ultimi tempi si è convertito nel luogo ideale per stringere accordi internazionali di narcotraffico, oramai troppo pericolosi da siglare nei paesi confinanti.

E così le cosche italiane, albanesi, ucraine, cinesi volano tutte a Quito e dintorni, facendo il pieno di polvere bianca da ridistribuire a casa propria. Eccolo il nuovo metodo. Dopo che i grandi cartelli colombiani forti negli anni Ottanta, quando gestivano la distribuzione mondiale di cocaina, sono stati indeboliti dalle politiche di Bogotà  e dai dollari di Washington, in Colombia si gestisce solo la prima fase del mercato, cedendo i lavori più pericolosi ai cartelli internazionali. Quelli messicani per l’accesso diretto agli Stati Uniti – il più grande mercato mondiale di droga – e quelli europei per smerciare la polvere bianca nel vecchio continente. Visti i controlli serrati sul territorio colombiano, i narcos preferiscono muovere la mercanzia il più in fretta possibile facendola uscire via terra verso l’Ecuador, in primis, ma anche verso il Venezuela, e lì incontrare i soci in affari. “Se sono un trafficante di droga italiano organizzato e voglio incontrarmi con un mio pari colombiano è probabile che preferisca farlo in Ecuador invece che in Colombia, perché posso sempre dire di essere stato in vacanza alle Galapagos“, ha spiegato all’agenzia Reuters Bergman.

Dal canto suo il governo di Rafael Correa assicura di star facendo tutto il possibile per perseguire e dissuadere i narcos a entrare in Ecuador. E in effetti persino la Dea ha riconosciuto che le autorità  quitene sono molto impegnate nella lotta al mercato di stupefacenti, e a dimostrarlo c’è il sequestro di un sottomarino di trenta metri pieno di droga avvenuto pochi mesi fa. Non solo: in Ecuador sono stati catturati grandi capi colombiani e confiscate molte tonnellate di cocaina. E come se non bastasse, il referendum della settimana scorsa comprendeva anche la riforma del sistema giuridico, in cui sono comprese misure mirate a combattere corruzione e traffici illeciti.

E, a proposito di corruzione, la droga non è l’unico grattacapo che riceve dalla Colombia. Correa si è, infatti, precipitato a smentire le dichiarazioni dell’Istituto internazionale di studi strategici che ha dichiarato come egli, durante la sua campagna elettorale, abbia ricevuto appoggio politico e soldi dalle Farc, organizzazione guerrigliera colombiana, la quale a sua volta avrebbe ricevuto finanziamenti dal Venezuela di Hugo Chavez e il permesso di sconfinare. Notizia anch’essa smentita categoricamente da Caracas.

Entrambe sono informazioni che sarebbero state estrapolate dal famigerato computer di Raàºl Reyes, numero due delle Farc, morto in un bombardamento aereo il primo marzo 2008 in territorio ecuadoriano. Peccato che il pc sia passato da così tante mani che è ormai difficile comprovare la veridicità  dei contenuti, ammesso e non concesso che appartenesse veramente al cancelliere fariano. Intanto i due presidenti si difendono denunciando una campagna montata ad hoc per gettare discredito su governi indipendenti e di sinistra.

 


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