Egitto. La violenza settaria insidia la rivoluzione

«Non è facile raggiungere tutti gli obiettivi della rivoluzione (del 25 gennaio, ndr), gli ostacoli sono tanti ma, nonostante tutto, gli egiziani rimangono uniti e vanno avanti, piano ma vanno avanti tutti insieme». Prova a mostrarsi ottimista Ahmed Maher, uno dei giovani protagonisti della rivolta di Piazza Tahrir contro l’ex presidente Hosni Mubarak e il suo regime.
Maher risponde alle nostre domande con calma ma la sua voce tradisce la preoccupazione per le violenze e gli scontri tra musulmani salafiti e cristiani copti che stanno facendo rimpiombare l’Egitto nel baratro delle tensioni sociali. Il colloquio telefonico non può non toccare il ruolo poco incisivo del governo e delle Forze Armate che controllano il paese dallo scorso 11 febbraio. «Senza dubbio l’esercito e il governo avrebbero potuto e dovuto fare di più per prevenire le tensioni tra musulmani e copti ma, in tutta onestà , credo che non abbiamo avuto neanche il tempo di elaborare una strategia», spiega Maher, tra i leader del movimento anti-Mubarak «6 Aprile» (da settimane scosso da forti tensioni interne).
Scontri davanti alla sede della tv
Mentre il giovane attivista parla, dal Cairo arrivano nuove notizie di scontri violenti tra musulmani e copti e dell’esercito che è dovuto intervenire per contenere la situazione. Un centinaio di persone ieri si sono tirate le pietre a vicenda davanti alla sede della televisione e della radio di Stato, durante un raduno di cristiani a cui partecipavano anche musulmani che protestavano per i 12 morti, i duecento i feriti e il tentativo, nel fine settimana, di militanti salafiti di dare fuoco a due chiese nel quartiere popolare di Imbaba. E a conferma della gravità  del quadro settario nell’Egitto post-Mubarak c’è proprio il ritorno in strada avvenuto ieri sera delle forze protagoniste della rivolta con una manifestazione partita da Piazza Talaat Harb e giunta fino alla chiesa dove sono iniziati nei giorni scorsi gli scontri. Una marcia che ha voluto ribadire l’importanza del ruolo che elementi fedeli all’ex raìs Mubarak stanno avendo nell’innescare caos e disordini a sfondo religioso per dimostrare che «si stava meglio quando si stava peggio».
Se ne è parlato molto alla prima convention dalla rivolta. Sabato scorso circa tremila persone fra giovani, blogger, esponenti della società  civile, lo scrittore Alaa Aswany – assenti i Fratelli Musulmani e i due possibili candidati alla presidenza, Amr Musa e Mohammed al Baradei – hanno discusso di come «proteggere» la rivoluzione. È stata proposta la costituzione di un consiglio nazionale, incaricato di dare impulso al Consiglio supremo dello Forze Armate, che procede a passo di lumaca verso le riforme e ha mantenuto in piedi l’ossatura del passato regime. «La rivoluzione è in pericolo», ha avvertito Nasser Abdel Hamid, «i segnali che riceviamo non sono di buon auspicio e il minimo è stato fatto, portando a processo qualche rappresentante del vecchio regime. Ma ancora non c’è stata la ristrutturazione e la pulizia necessaria». Il dibattito è stato serrato: dalla Costituzione non riscritta, ai rapporti tra le religioni alle libertà  civili. Un coro – «Liberate i detenuti politici» «No alla legge contro lo sciopero» – ha accolto il ministro delle autorità  locali Mohsen Noemani che rappresentato il governo alla convention. Fischi, e tanti, per Tahani al-Gebali, primo giudice donna dell’Egitto, che ha insistito sulla sharia (codice coranico) come unica fonte di legge. Alla fine, tra i partecipanti non prevaleva l’ottimismo. «Sono molto preoccupata», ha laconicamente commentato Israa Abdel Fatah, blogger, tra le fondatrici del movimento «6 Aprile».
I regimi arabi ultra-comservatori
E non è detto che a soffiare sul fuoco degli scontri settari che preoccupano la popolazione, siano soltanto alcune parti egiziane che sperano di spostare su altre emergenze l’attenzione di militari, governo e magistratura, ora concentrata sull’allegro banchetto di poteri e fondi pubblici al quale Mubarak ha invitato amici e fedelissimi per i passati trent’anni. Dietro gli scontri fra musulmani e copti ci sono anche regimi arabi ultra-conservatori, come l’Arabia saudita, che usano i salafiti. Principale fautore di questa tesi è l’analista Emad Gad, secondo il quale l’obiettivo è quello di far fallire la rivoluzione egiziana e di scoraggiare altri popoli dal seguirne l’esempio. «I rivoluzionari nel mondo arabo non hanno preso il potere che, invece, resta nelle mani di istituzioni che costituiscono un prolungamento dei regimi caduti», osserva Gad. «I gruppi al potere peraltro sono legati a certi regimi arabi che temono rivoluzioni simili a quelle avvenute in Egitto e in Tunisia», prosegue l’analista, secondo il quale in Egitto ci sono tremila salafiti armati provenienti da altri paesi, oltre a quelli che «lavoravano segretamente con i servizi di sicurezza di Mubarak».
Dietro l’emergere prepotente dalla clandestinità  dei salafiti ci sarebbero perciò anche cospicui fondi sauditi e del Golfo (Riyadh già  finanzia alcune stazioni tv satellitari che trasmettono incessantemente sermoni di sceicchi salafiti). «L’Arabia saudita sta provando ad influenzare lo sviluppo delle rivoluzione egiziana attraverso le azioni degli estremisti religiosi», afferma il professore Ashraf el Sharif, dell’Università  Americana del Cairo. «I salafiti stanno facendo forti pressioni anche sui Fratelli Musulmani affinchè adottino una visione della società  più rigida», aggiunge el Sharif, spiegando che il successo e l’esempio di una rivoluzione laica in Egitto, il più importante dei paesi arabi, viene visto come un pericolo dall’Arabia saudita, esportatrice per decenni dell’Islam wahabita, ultraconservatore, tra il Nordafrica, il Medio Oriente e l’Asia centrale.
Ma dietro l’interferenza saudita sono anche interessi strategici di eccezionale importanza, dice da parte sua Hassan Abu Taleb, specialista egiziano dei paesi del Golfo. L’attuale governo egiziano, afferma Abu Taleb, ha modificato, seppur parzialmente, la rotta di politica estera seguita da Mubarak, facendo delle improvvise aperture all’Iran, il «pericolo numero 1» dei Saud. «Riyadh – conclude – infiammando i rapporti tra musulmani e cristiani in Egitto, fa capire al governo Sharaf che il riavvicinamento tra il Cairo e Tehran non potrà  in alcun caso avvenire a spese delle priorità  saudite».


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