Englander

Quando si è diffusa la notizia, su Facebook in moltissimi hanno aggiornato il proprio stato con la frase “DingDong, the witchis dead”, lo stregone è morto, e sui volti della folla che scandiva “U-S-A” la notte scorsa davanti alla Casa Bianca, a Ground Zero e altrove, si leggeva chiaramente un’aria di festa da Mastichini, gli gnomi del Mago di Oz. A quasi dieci anni dall’orrore dell’undici settembre, la lunga caccia all’uomo si è conclusa, gli americani stamattina si sentiranno meno vulnerabili e saranno compiaciuti per il messaggio che questa morte trasmette: «Attaccateci e noi vi daremo la caccia, non avrete scampo». Molti di noi non credevano all’immagine di un bin Laden stile Vecchio della Montagna, che erra nutrendosi di piante e insetti nascondendosi in una caverna inospitale da qualche parte lungo il poroso confine tra Pakistan e Afghanistan. Possibile che un omone come lui, alto un metro e ottantatré, in un paese in cui l’altezza media dei maschi è poco più di uno e cinquanta, se ne vada in giro inosservato per dieci anni quando metà  dei satelliti in orbita lo stanno cercando? Non tornava. Bin Laden era nato ricco sfondato ed è morto in una casa da ricchi, costruita al meglio con cura maniacale. L’amministrazione Usa si dice «stupefatta» dalla complessità  della costruzione. Avevamo sentito dire – almeno io di certo – da più di un giornalista pakistano che il Mullah Omar era (è) protetto in una dimora sicura gestita dalla Isi, la potente e temuta agenzia di intelligence pachistana in una località  nei pressi di Quetta, nel Baluchistan, e che verosimilmente anche Bin Laden avrebbe acquisito una casa sua. Dopo il raid di Abbottabad, è il Pakistan che deve dare una risposta a tutti i grandi interrogativi. Il vecchio giochetto («Chi, noi? Ma se non ne sapevamo nulla!») non funzionerà  più, non deve più funzionare con paesi come gli Usa che hanno continuato a trattare il Pakistan da alleato pur sapendo da tempo che faceva il doppio gioco, sostenendo, ad esempio, la rete Haqqaniche che ha ucciso centinaia di americani in Afghanistan. Questa volta i fatti parlano a voce troppo alta per essere messi a tacere. Si è scoperto che Osama Bin Laden, l’uomo più ricercato del mondo, viveva in fondo a una strada sterrata a settecento metri dall’accademia militare di Abbottabad, equivalente pachistano di West Point o di Sandhurst, in un accantonamento militare in cui ci sono soldati a ogni angolo di strada a meno di cento chilometri dalla capitale Islamabad. L’enorme casa non aveva telefono né connessione internet. E noi dovremmo credere che il Pakistan ignorasse la presenza di Bin Laden ad Abbottabad e che l’intelligence pakistana e/o le forze armate e/o le autorità  civili non abbiano fatto nulla per agevolarlo, mentre gestiva Al-Qaeda con un va e vieni di corrieri, per cinque anni? Il vicino del Pakistan, l’India, paese gravemente ferito dagli attacchi terroristici del 26 settembre a Mumbai, sta già  chiedendo risposte. Quanto ai gruppi jihadisti anti indiani – Lashkar-e-Toiba, Jaish-e-Muhammad – è fuori questione che il Pakistan li sostiene, è disponibile a offrirgli rifugio, li incoraggia usandoli come strumento di guerra in Kashmir, e, ovviamente, a Mumbai. Negli ultimi anni questi gruppi si sono avvicinati ai cosiddetti Taliban pachistani per dar vita a nuove reti di violenza e vale la pena notare che le prime minacce di rappresaglia per la morte di Bin Laden sono giunte dai Taliban pachistani, non per bocca di un portavoce di Al-Qaeda. È l’India, da sempre l’insana ossessione del Pakistan, il motivo del doppio gioco. Il Pakistan è allarmato dal crescere dell’influenza indiana in Afghanistan, e teme che un Afghanistan ripulito dei Taliban diventi stato cliente dell’India, per cui il Pakistan si ritroverebbe schiacciato tra due nazioni ostili. Da non sottovalutare mai sono poi le paranoie pachistane circa presunte oscure macchinazioni indiane. Da molto tempo ormai l’America tollera il doppio gioco del Pakistan sapendo di aver bisogno dell’appoggio pachistano per la sua impresa in Afghanistan e sperando che i leader pachistani si rendano conto di aver sbagliato i calcoli e capiscano che gli jihadisti vogliono prendere il loro posto. Il Pakistan, dotato di armi nucleari, è una preda ben più ambita del povero Afghanistan, e i generali e i capi dei servizi che oggi fanno il gioco di Al-Qaeda potrebbero, se accadesse il peggio, diventare domani vittima degli estremisti. L’élite al potere in Pakistan non dà  gran segno di poter tornare alla ragione in un prossimo futuro. La residenza di Osama Bin Laden è l’ennesima testimonianza della pericolosa follia pachistana. Mentre il mondo si prepara alla reazione dei terroristi alla morte del loro leader farebbe bene anche a esigere che il Pakistan fornisca risposte esaustive alle domande impegnative che ormai è ora di porre. Se non darà  queste riposte forse è giunto il momento di dichiararlo stato terrorista e di espellerlo dalla comunità  delle nazioni. Traduzione di Emilia Benghi


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