Germania. C’è vita oltre il nucleare?

Il governo ha preso la decisione nella notte tra domenica e lunedì: la Germania abbandonerà  l’energia nucleare entro il 2022. Sette centrali su 17 saranno chiuse subito. Le altre subiranno la medesima sorte nei dieci anni a venire e saranno sostituite dalle energie alternative sul cui sviluppo il paese deve adesso accelerare i tempi.

Per la stampa antinucleare oggi è un giorno di festa. La Tageszeitung rimette in prima pagina lo storico adesivo del movimento antinucleare tedesco, abbellito dal ritratto della nuova eroina, la cancelliera Angela Merkel. Ma la battaglia non è finita:

Soltanto sei mesi fa, dopo un intervento obbligato di Merkel, le centrali tedesche avrebbero dovuto restare in attività  almeno fino al 2030. Oggi la metà  di esse è staccata dalle reti. […] Contrariamente all’uscita dal nucleare decisa nel 2000 dalla coalizione rosso-verde di Gerhard Schrà¶der, l’opposizione non ha alcuna intenzione di annullare questa decisione. […] La svolta energetica può entrare in una nuova fase e diventare irreversibile da qui al 2020. Adesso che si è decisa la fine del nucleare, occorre far sparire anche il carbone, e serve un piano per ridurre i consumi di petrolio e di gas.

La Sà¼ddeutsche Zeitung cerca di superare le polemiche:

È giunta l’ora di vedere la fine del nucleare come un’occasione e non come una privazione, una rovina per l’industria o un’azione unilaterale bizzarra per un’economia internazionale alimentata dall’energia atomica. Abbandonare il nucleare offre opportunità  enormi se questa mossa è intesa come riconversione, come l’ingresso nell’era dell’energia solare, potenzialmente remunerativa sul piano economico. La Germania può mettersi all’avanguardia di un cambio di direzione che ogni nazione della terra dovrà  effettuare a causa dei limiti stessi del pianeta. Questa svolta non chiude soltanto con le centrali tedesche, ma anche con i combustibili fossili.

Il programma è “ambizioso”, riconosce la Frankfurter Allgemeine Zeitung, che non nasconde però il proprio scetticismo. Il quotidiano conservatore osserva che la decisione costerà  allo stato due miliardi di euro all’anno e “si dovrà  dare una risposta a chi chiede da dove salteranno fuori i soldi e se l’energia potrà  essere prodotta in modo affidabile e sicuro. Altrimenti chiudere le centrali è un atto di negligenza” . La Faz stila un elenco delle incognite per i prossimi dieci anni e di tutti gli sforzi necessari a ristrutturare la rete energetica tedesca. Toccherà  più che altro ai consumatori pagare il salasso: “L’uscita dal nucleare non è affatto gratuita, tutti dovranno dare il loro contributo”.

Die Welt non accetta che una tale decisione sia stata presa di fretta, sotto l’impulso dell’emozione suscitata dalla catastrofe di Fukushima e rimangiando le promesse fatte agli elettori. Il quotidiano di Berlino fa appello alla resistenza tedesca contro questo “assolo antidemocratico”, ma “se uno stato fondatore altrettanto potente come la Germania volesse impegnare l’Europa e il mondo a imboccare una nuova strada energetica, dovrebbe necessariamente affrontare questo progetto a livello europeo, con una strategia di lungo periodo. Abbiamo bisogno di tempo e abbiamo il tempo necessario”. Il giornale conservatore rimpiange che Angela Merkel abbia preso la sua decisione “senza rispettare le posizioni degli altri stati dell’Ue, e soprattutto senza darsi pensiero del divario tra l’est e l’ovest d’Europa sulla questione nucleare”. Per Die Welt,

La Germania ha agito unilateralmente, assumendo un ruolo d’avanguardia che assume le parvenze di un atteggiamento morale e che riscuoterà  soltanto entusiasmo al di là  delle frontiere tedesche. Il concetto di sviluppo sostenibile implica anche non precipitarsi a prendere decisioni a causa di agitazioni momentanee. È necessario prendere il giusto tempo. Dicendo no all’atomo non si risponde alle domande sulle risorse energetiche del futuro. Si assiste alla nascita di un’alleanza profana tra coloro che vogliono governare col pugno e quanti aspirano a escludere il parlamento e l’opinione pubblica sotto la pressione ecologista. E il nostro paese non può accettare niente del genere.


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