Il falso cibo della salute stop alle etichette che ingannano i clienti

MILANO – Stop allo yogurt con Lactobacillus anti-raffreddore. Cartellino rosso per il tè nero Camelia (non è vero che «aiuta a concentrare l’attenzione») e per il programma anti-cellulite Silhouette – -5,6 cm. di giro vita in tre mesi – «perché non è accertato» che faccia perdere peso. La prima indagine europea contro le etichette-patacca del cibo “salutista” si avvia alla chiusura con un risultato da brividi: l’80% dei miracoli promessi sulle confezioni in vendita nei supermercati (spesso a prezzi da amatore) non hanno fondamento scientifico certo. La sentenza dell’Efsa – l’autorithy europea del settore alimentare – è impietosa. Dei 2.150 casi esaminati finora da 20 scienziati indipendenti, quattro su cinque non hanno passato l’esame. Comprese alcune grandi “star” degli scaffali. Un esempio? La varia umanità  dei probiotici, i microrganismi che hanno trasformato i vasetti di yogurt in oggetti ricercati (e cari) come collier di diamanti, non ha alcun effetto taumaturgico sulle difese immunitarie come garantivano le loro etichette, bocciate in 798 casi su 800. Stesso discorso per gli anti-ossidanti, un’altra parolina magica in grado di trasformare un prodotto di serie B in oro (per chi lo vende): l’Efsa ha compulsato al riguardo decine di dossier e di esami di laboratori. E il risultato è stato lo stesso: dei 416 claims proposti («aiutano a prevenire il cancro», «rallentano l’invecchiamento delle cellule») se ne sono salvati una manciata.
La partita non è solo accademica. L’authority consegnerà  a fine giugno alla Ue i risultati finali del suo lavoro su 4.637 dossier. E Bruxelles dovrà  decidere se tradurli subito in legge, obbligando i produttori a eliminare le affermazioni bocciate, o dar loro una prova d’appello. L’industria alimentare – in trincea a difesa di un mercato che vale 120 miliardi l’anno e garantisce margini da sogno (un prodotto “salutista” rende molto di più dell’omologo senza virtù terapeutiche) – è sul piede di guerra. «Bisogna rivedere i meccanismi di valutazione – hanno scritto nei giorni scorsi tre lobby di settore a Basilis Mathoudakis, responsabile normative alimentari Ue – . Molte richieste sono state respinte perché le regole del gioco non erano chiare».
La verità , dicono in camera caritatis diversi industriali, è che un po’ tutti – convinti che l’esame dell’authority fosse una formalità  – sono stati presi in contropiede. «Molte aziende ci hanno dato informazioni di scarsa qualità  che non ci consentono di dare l’ok», dice l’Efsa. C’è chi ha tentato di dimostrare l’efficacia scientifica del succo di melograno citando come fonte la Bibbia, chi ha puntellato il suo dossier con le raccomandazioni alimentari ai piloti della Raf nella seconda guerra mondiale. Sotto la scure della Ue però sono caduti anche dossier più “ragionati”. La Ferrero ha presentato 27 studi umani, 12 pubblicazioni più due ricerche su 24-30enni per poter sostenere che la barretta Kinder «aiuta la crescita». Salvo vedersi rimbalzare dall’authority perché la casistica fornita riguardava una fascia di età  diversa dal target del prodotto. Respinte al mittente anche le richieste Unilever sul tè nero e quella di Friesland sul succo di frutta addizionato di calcio («previene l’erosione dentale») assieme alle virtù anti-placca dei chewing gum senza zucchero, ai miracoli della melatonina («regola il sonno») e a tanti dietetici a base di fibre.
«Il mercato si è adeguato – conferma Mickael Dominguez di Euromonitor – . Nel 2009 le etichette “salutiste” erano il 59% del totale, nel 2010 sono crollate al 38%». «Siamo aperti a tutte le osservazioni – dicono alla Efsa – . Alla fine a beneficiare di un mercato più trasparente sono non solo i consumatori ma anche le aziende più serie». Qualcuno ha trovato tra le pieghe delle decisioni dell’authority l’escamotage per dribblare i “no”. Danone, ad esempio, ha preferito ritirare le richieste sui Lactobacilli Activia e Actimel («aiutano il sistema immunitario», recitava l’etichetta) per il timore del “no” su due marchi che fatturano 3,7 miliardi grazie al loro appeal di cibi-farmaco. Ma di necessità  ha fatto virtù: l’Activia nei supermarket italiani si fregia oggi – con un certo understatement – come l’«unico con Bifidus Actiregularis», senza dilungarsi sui miracoli del batterio. Actimel invece ha pescato il jolly. Il Lactobillus non funziona? Poco male. La vitamina B6 ha il timbro Efsa di presidio immunitario. È bastato ridosarla negli ingredienti. E l’etichetta adesso è salva.


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