Italia ai vertici della disuguaglianza redditi alti cresciuti sei volte più dei bassi

ROMA – I ricchi sono sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri: la diseguaglianza invece di diminuire aumenta e non solo nei paesi in via di sviluppo, anche in Europa. In Italia più che altrove. Una tendenza che crea ingiustizie, blocca la crescita e frena l’ascensore sociale: quel meccanismo che fa sperare ai padri di potere dare ai figli una vita migliore.

Lo denuncia l’Ocse con una ricerca che mette a nudo le disparità  nei paesi dove il benessere dovrebbe essere sempre più diffuso. Così non è: nei 34 stati che fanno parte dell’organizzazione, il 10 per cento della popolazione più ricca ha in media redditi superiore nove volte rispetto al dieci per cento della popolazione più povera. Un divario che cresce sia dove il «gap» era già  evidente, come in Israele e Usa, che nei paesi dove la diseguaglianza sociale è sempre stata bassa, come la Svezia o la Germania.
In questo quadro, restando all’Europa, l’Italia è uno dei paesi che fa peggio: le fasce che stanno ai vertici della ricchezza hanno redditi sei volte superiori a quelle che stanno alla base della piramide. E negli ultimi venti anni la diseguaglianza è aumentata. Lo studio dell’Ocse la misura attraverso l’indice Gini (è zero quando tutti i redditi sono uguali, è uno dove la differenza è massima): da noi, nel 1985 era fermo allo 0,30, nel 2008 è arrivata quasi allo 0,35. Uno dei peggiori dati messi a segno dai paesi europei. In coda alla classifica ci fanno compagnia il Portogallo, il Regno Unito, Polonia ed Estonia. Francia, Germania e Spagna stanno tutte attorno allo 0,30. La ricchezza, considerato il lungo periodo, è dunque aumentata, ma lo sviluppo ha premiato solo chi già  stava bene: dagli anni Ottanta od oggi i più ricchi, in Italia, hanno visto crescere i loro già  consistenti redditi dell’1,1 per cento, agli altri sono andate le briciole: le fasce basse possono contare su disponibilità  aumentate solo dello 0,2 per cento. Per loro nulla si è mosso. 
Commentando i dati, le Acli parlano di una «pesante retrocessione sociale» legata ad una «competizione internazionale che ha fortemente indebolito il nostro sistema produttivo: le ragioni delle disuguaglianze nel nostro paese vanno individuate innanzitutto nell’endemica debolezza dei redditi di lavoro dipendente e nella quasi totale assenza di un sistema generalizzato di tutele nel mercato del lavoro». 
Il fatto è che la mancata distribuzione della ricchezza, fa notare l’Ocse, mette in pericolo anche lo sviluppo futuro. L’impossibilità  per i giovani di migliorare il proprio status sociale ed economico «avrà  un inevitabile impatto» sul paese che verrà .
La globalizzazione, che secondo i più ottimisti, doveva generare miglioramenti diffusi, ha generato dunque un aumento delle disparità . Perché? L’analisi dell’Ocse (Growing income inequality in Oecd countries: what drives it and how can policy teckle it?) fa notare che il processo ha favorito chi poteva contare sulle migliori qualifiche e che la diversa struttura delle famiglie e il maggiore contributo dei redditi da profitti del capitale hanno fatto il resto. Come agire ora? Per l’ Ocse gli strumenti «più diretti e potenti» per tentare un recupero sono le riforme delle politiche fiscali e previdenziali e le misure di sostegno al reddito. Ma da sole non bastano: bisogna creare lavoro e stappare le famiglie alla povertà  aumentando l’occupazione, la formazione e l’istruzione delle persone poco qualificate. Bisogna investire insomma sul capitale umano e sulla scuola. 


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