L’Italia vista dalle nuvole “Il nostro clima non è cambiato”

Fisico e meteorologo, fratello dell’ex premier, è un pioniere degli studi sulle nubi “Sono un testimone diretto delle interferenze politiche sulla ricerca scientifica”

Simonetta Fiori - la repubblica Editore • 20/5/2011 • Ambiente, Territorio e Beni comuni • 289 Viste

ROMA – L’Italia vista dalle nuvole è una fotografia malinconica. «Un paese che ammazza le competenze, piegando la comunità  scientifica a interessi che le sono estranei», dice Franco Prodi, settant’anni, scienziato internazionale dal cognome illustre e dalla marcata somiglianza con il celebre fratello. È stato uno dei primi in Italia a occuparsi di fisica dell’atmosfera, esperto di nubi e di grandine. I suoi interventi sul clima si distinguono per un’evidente allergia alle mode apocalittiche. La sua è la storia di uno studioso appartato, estraneo alla nomenclatura e alle logiche di potere, che ancora si emoziona quando racconta di refrigeratori e chicchi di grandine. E quando parla di sua madre maestra elementare, ultimo di nove figli, preceduto in scala da Romano.
Professore, con lei dobbiamo partire da un luogo comune.
«Mi vuole chiedere se esistono ancora le mezze stagioni? Spero di non deluderla affermando che in questi cinquant’anni il clima in Italia è cambiato davvero poco. Chi studia queste cose rileva un leggero aumento della pioggia che proviene dalle nubi temporalesche, i cosiddetti rovesci, mentre complessivamente è diminuita l’intensità  della precipitazione».
Provo a tradurre: generalmente piove di meno, ma sono più acquazzoni che pioggerellina?
«Sì, ma si tratta di leggere variazioni che la memoria individuale è portata a ingigantire».
Lei sembra molto cauto anche sul surriscaldamento del paese.
«Fatico a condividere i toni apocalittici. Qualche anno fa il ministero dell’Ambiente diffuse dei dati allarmistici sull’Italia, mentre siamo nella media internazionale».
Era il 2007 e lei scrisse una veemente lettera al ministro dell’Università . Suo fratello era presidente del Consiglio.
«Con Romano non ne parlammo neppure perché era una lettera doverosa. Era stata organizzata una conferenza sul clima senza coinvolgere i fisici. Un insulto per la comunità  scientifica. E una beffa. L’incontro era impostato non sulla effettiva conoscenza delle condizioni climatiche, ma sul passo successivo, che è l’adattamento».
Che cosa intende?
«Troppo spesso si dà  per scontata l’entità  dei cambiamenti climatici e si fa credere che si debba ragionare solo sulla mitigazione (come ridurli) o sull’adattamento (come questi effetti si rifletteranno sull’economia e quali provvedimenti adottare). In quella conferenza nazionale furono coinvolti tutti, tranne noi fisici».
Lamenta una politicizzazione della meteorologia?
«Mi limito a rilevare che dalla fine degli anni Settanta, sotto l’egida delle Nazioni Unite, sono nati organismi che hanno finito per svolgere un ruolo che non è di loro competenza. Da questi organismi si ha notizia di che cosa succederà  nell’ambito del clima. Ma in realtà  sono organismi politici, non scientifici. Le nomine sono di carattere politico. La scienza procede secondo altre strade: non a maggioranza».
E secondo lei ne sappiamo ancora troppo poco.
«Il livello di conoscenza è basso per molti aspetti. Sappiamo molto sull’anidride carbonica e sui suoi effetti di riscaldamento: si sa che è un gas serra e che è in forte e misurabile aumento. Ma sappiamo meno sul ruolo dell’aerosol, della deforestazione, dell’interfaccia clima-oceano, del calore che ci viene dall’interno della Terra. Non siamo in condizione di prevedere il cambiamento climatico futuro. È la politica internazionale o non so quali altri interessi nascosti che accreditano una conoscenza già  acquisita. Ma questo fa molto male alla scienza».
Perché?
«Perché impedisce che si investa adeguatamente rispetto alla sfida. Naturalmente c’è il pericolo di essere classificato tra i “negazionisti”, cosa che mi fa sorridere».
Lei perché scelse la meteorologia?
«Facevo il servizio militare presso l’istituto meteorologico dell’aeronautica, quando il mio colonnello che insegnava all’Università  di Bologna mi affidò lo studio della grandine. Io mi ero laureato in fisica dello stato solido, così intrapresi un genere di ricerca che nessuno faceva a quel tempo».
Eravate considerati degli eccentrici.
«Sì, a metà  degli anni Sessanta pochi si occupavano di fisica dell’atmosfera. Eravamo quattro gatti».
E ai temporali tropicali lei preferiva quelli padani.
«Dal 1970 al 1975 ho trascorso a Verona anni bellissimi. Tornato dal Colorado, dove avevo frequentato il National Center for Atmospheric Reasearch, mi fu affidato un osservatorio sui temporali che era dotato del primo radar meteorologico in Italia. Era gestito da vari enti, tra cui il Cnr e il ministero dell’Agricoltura. Un’esperienza fantastica, che mi ha consentito di capire molte cose».
Che cosa?
«Ho approfondito le ricerche sulle nubi. Sono diventate il rompicapo centrale del sistema climatico. Non appena formate, hanno un effetto sugli scambi di radiazione elettromagnetica, modificando le regole che presiedono a questi scambi: un passaggio cruciale nella definizione del clima. Ma a parte le nubi – che in realtà  avevo già  cominciato a studiare in Colorado – l’esperienza di Verona mi ha fatto capire che scienza e politica non necessariamente vanno d’accordo».
Cosa glielo fece capire?
«Una mattina vado all’osservatorio e noto nel portoncino che il cilindretto della chiave era molto lucido. Di notte avevano cambiato la serratura».
Chi aveva sostituito la chiave?
«Ero rimasto schiacciato da una strana tenaglia: da una parte c’erano gli interessi dei proprietari terrieri, che non volevano che io approfondissi le ricerche sui loro sistemi di difesa dalla grandine; dall’altra agivano le pressioni dell’estrema sinistra, allora influente all’interno del Cnr. Io ero estraneo agli uni e agli altri. Così fu creato un Gruppo Grandine a Roma, con tecnici che venivano da altre esperienze. E io fui fatto fuori. Avevo trentadue anni».
Cosa fece?
«Andai da Edoardo Amaldi, che mi ricevette alla Sapienza. Era il grande direttore d’orchestra della fisica italiana. Però non comprese. “I geofisici sono tutti litigiosi”, mi disse. Io ero allibito. Quell’esperienza mi aprì gli occhi sulla politica. Iniziava un processo di degrado». 
Degrado della politica o della scienza?
«Un progressivo declino dell’etica, da una parte e dall’altra. La classe scientifica cominciò ad abdicare al proprio compito, piegandosi a interessi di bottega. O sono venduti, o sono coinvolti, o badano al sottogruppo. Fino agli anni Ottanta l’intelligenza scientifica ha interagito con la politica nel rispetto reciproco. Quando andavo a parlare al Cnr, il mio interlocutore era sempre uno studioso di fisica, che poteva anche non essere in sintonia con me, ma era comunque capace di capire le mie esigenze. Più tardi sono stati attivati meccanismi che non sono nella tradizione della grande scienza. Io potrei considerarmi un termometro del potere in Italia».
Cosa vuol dire?
«Sono sempre arrivato al livello massimo consentito a chi deve rimanere tagliato fuori. Ho diretto per quasi vent’anni istituti del Cnr, ma non ho potuto mai bandire un concorso. E infatti cosa abbiamo? Che i migliori allievi se ne vanno».
Professore, ora si aspetterà  la domanda. Ma i rapporti con il fratello politico?
«Ah no, qui Romano non c’entra. Se vuole parlare di lui dobbiamo tornare indietro, quando mi portava sulla canna della bicicletta. Ci chiamavano Bibì e Bibò. Siamo gli ultimi due, ottavo e nono figlio di padre ingegnere e madre maestra elementare».
Vi siete mai chiesti perché siete una famiglia di eccellenze?
«Abbiamo cominciato a chiedercelo da adulti, prima per noi era tutto naturale. Ha contato la solidità  di nostro padre, un ingegnere civile che costruì le strade dell’Alto Appennino là  dove c’erano ancora le mulattiere. E ha influito molto l’educazione di nostra madre, che ci ha abituato a pensare agli altri. Siamo cresciuti negli anni Cinquanta a Reggio Emilia: io la ricordo come una stagione di straordinaria felicità ».
Non ha risposto alla domanda sui suoi rapporti adulti con Romano.
«Grande partecipazione e sostegno, ma nessun coinvolgimento nelle carriere dei fratelli. Per sua scelta. E infatti non l’hanno mai potuto attaccare. Se c’è stato un errore, è stato l’opposto. E anche sul piano mediatico, non ha mai voluto usare la famiglia. Nessuno ci conosce – Paolo è uno storico, Vittorio è parlamentare europeo – ed è giusto che sia così».
Quando le fu offerta la collaborazione a Che tempo che fa, la destra bloccò il contratto perché parente.
«Sì, avevo un contratto con Endemol. Dissero che i famigliari dei politici non dovevano comparire in Tv. Pensi oggi, tra amichette e amanti».

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