L’arrocco di Gerusalemme

L’uno e l’altro sperano di restare in carica almeno il tempo necessario per confrontarsi con i rispettivi successori. Ma le “differenze” non sono solo di gusti personali. Gerusalemme e Washington sognano due mondi opposti. 
Israele è l’unica democrazia del Medio Oriente. E intende restarlo. Gli Stati Uniti sono invece convinti che la regione possa finalmente evolvere verso qualche forma di democrazia, come confermerebbero le rivolte in corso, dalla Tunisia all’Egitto, dalla Libia alla Siria. Il ragionamento israeliano si vuole strettamente pragmatico. Nella linea americana convivono, come d’abitudine, idealismo e realismo. Ma alla fine la scelta di entrambi è guidata dalla sicurezza. Solo che la sicurezza di Israele secondo Netanyahu equivale all’insicurezza dell’America secondo Obama. E viceversa. 
L’alleanza privilegiata dello Stato ebraico con gli Usa ha sempre poggiato sul fatto di essere la sola democrazia nella regione: un decisivo fattore di legittimazione presso il pubblico americano. Nel momento in cui perdesse questa sua unicità  perché altri paesi mediorientali si fossero riconfigurati come democratici, l’influenza di Israele a Washington ne sarebbe seriamente intaccata. E con essa la sua sicurezza. Gli israeliani non apparirebbero più agli americani come una nazione “speciale”, quasi sorella, ma rischierebbero di essere confusi con le democrazie arabe. La posizione negoziale di Gerusalemme ne sarebbe erosa. Una cosa è disputare con le classiche autocrazie più o meno islamiche. Altra è avere di fronte interlocutori dotati, almeno agli occhi dell’Occidente, di credenziali democratiche. 
L’argomento con cui i recenti leader israeliani, da Sharon a Netanyahu, hanno costantemente respinto il negoziato con i palestinesi, gioca infatti sull’inaffidabilità  di interlocutori non democratici, dunque non omologhi. Ai tempi della coppia George W. Bush-Sharon, questa linea era stata così codificata da Dov Weisglass, braccio destro dell’allora premier di Gerusalemme: «Ho concordato con gli americani che di una parte degli insediamenti non si discuterà  affatto, quanto agli altri se ne tratterà  quando i palestinesi si trasformeranno in finlandesi». Un modo elegante per dire mai. 
Certo i palestinesi non sono ancora “finlandesi”, se con questa metafora si intende una qualche affinità  con le prassi di una consolidata democrazia liberale. Forse non lo saranno mai. Ma per Obama non c’è tempo da perdere. Bisogna negoziare adesso sulla base dei confini del 1967. Nessuna colonia ebraica in Cisgiordania può considerarsi intangibile. 
Il presidente americano ci ha abituato a una retorica alta, seguita spesso da una prosa realistica, da azioni o inazioni contraddittorie con i valori proclamati. Ma stavolta non si possono trascurare le parole del capo della Casa Bianca, perché esprimono una sia pur vaga scelta di fondo: gli Stati Uniti intendono alzare la bandiera della democrazia in Nordafrica e in Medio Oriente. Non vogliono più rincorrere le rivoluzioni, anche se non necessariamente le promuoveranno. Certo a Washington non auspicano il rovesciamento del regime saudita e dei suoi satelliti nel Golfo, la cui rilevanza strategica ed energetica fa per ora premio sulle considerazioni di principio. Ma si augurano che l’onda del cambiamento proceda. 
Come aveva detto Obama giovedì al Dipartimento di Stato: «Dopo aver accettato per decenni il mondo com’è nella regione, abbiamo la possibilità  di perseguire il mondo come dovrebbe essere». Di più, «il nostro sostegno per questi principi non è un interesse secondario (…), è una priorità  assoluta».
Non è solo né primariamente una questione ideale. È la coscienza che identificandosi con l’arrocco israeliano, come Bush figlio aveva fatto con Sharon e con Olmert, gli Stati Uniti perderebbero molta della loro residua credibilità  in Medio Oriente. Ne scapiterebbe infine la loro stessa sicurezza. 
Netanyahu resta fermo nella sua convinzione: meglio un autocrate amico – stile Mubarak – che uno pseudodemocratico nemico, quali sarebbero secondo Gerusalemme i Fratelli musulmani e la loro filiazione palestinese di Hamas, da lui equiparata ad al-Qaida. Ecco perché a Gerusalemme si è sempre tifato contro le rivolte che minacciavano non solo i dittatori amici, ma financo i «cari nemici»: molto meglio Ahmadinejad dell’«onda verde». Tanto più indifendibili i suoi nemici agli occhi degli americani, tanto più sicuro lo Stato ebraico.
Questo approccio manca di realismo. Non vuole prendere atto dei cambiamenti in corso nello scacchiere arabo. Esclude anzi che ne possano avvenire. Nel caso, rifiuterebbe di vederli, perché non conviene che gli arabi assomiglino ai “finlandesi”. Certo, si può rimpiangere Mubarak e demonizzare l’apparente ricomposizione del campo palestinese. Anche con buoni argomenti. Ma questa non è una politica. E’ l’autocondanna all’immobilismo. 
Il tempo non lavora per Israele. Restare fermi mentre tutt’intorno si corre, significa ridursi in prospettiva a due opzioni non confortevoli: il lento logoramento della propria potenza o nuove guerre. Ma a differenza di qualche anno fa, Israele non può confidare di vincere ogni futura partita militare. Per non cambiar nulla, lo Stato ebraico rischia di perdere tutto.


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