«Cosa nostra e ‘ndrine? Questione settentrionale»

Il presidente dell’Antimafia Beppe Pisanu illustra la sua relazione e lancia l’allarme: «La crisi generale, che colpisce con particolare durezza le regioni e le categorie sociali più deboli, sembra preannunziare un’ulteriore, grande sconfitta del Mezzogiorno». Poi, i dati. Le analisi della commissione Antimafia indicano che l’attività  della criminalità  organizzata nella quattro regioni di origine – Sicilia, Campania, Calabria e Puglia – è causa di un mancato sviluppo equivalente al 15-20% del Pil delle stesse regioni. Pisanu, inoltre, ammette che «se molto sappiamo su come i capitali mafiosi vengono raccolti, ancora poco sappiamo su come vengono occultati e investiti nell’economia legale e nei circuiti finanziari nazionali e internazionali».
Forse può confortare il fatto che «circa 15 miliardi di beni sequestrati più tre di beni confiscati dall’inizio della legislatura a tutto dicembre 2010 rappresentino risultati molto superiori a quelli degli anni precedenti. Ma quando pensiamo, stando alle stime più prudenti, ai 150 miliardi di fatturato annuo delle mafie nostrane – sottolinea l’ex ministro dell’Interno – senza calcolare i proventi della corruzione, dei giochi e delle scommesse, ci rendiamo conto di quanto ancora lunga e difficile sia la guerra».
E ancora: «Se si prospetta una manovra finanziaria biennale di circa 38 miliardi, l’opinione pubblica entra in fibrillazione. Ma se si afferma che solo sui giochi e le scommesse le organizzazioni criminali lucrano almeno 50 miliardi all’anno, pochi se ne curano» protesta Pisanu. Nella relazione si rileva che circa un terzo delle imprese meridionali «subisce una qualche influenza delle mafie, con dati che oscillano tra il 53% della Calabria e il 18% della Puglia. Insieme alla Campania e alla Sicilia, queste Regioni sono destinatarie del fondo di 1.158 milioni di euro del Pon (Programma Operativo Nazionale “Sicurezza per lo sviluppo”- Obiettivo convergenza 2007-2013). Il piano è importante, ma la temperie politico-culturale che incontra non assomiglia precisamente a un New Deal».

Pisanu batte su questo tema da tempo: non possiamo non rilevare, dice, come «a fronte di un’iniziativa forte sul terreno della repressione della criminalità  organizzata non sia ancora partita un’azione egualmente forte per distruggere il suo brodo di coltura, cioè il sottosviluppo. Ciò che più sgomenta è l’enorme impronta che le attività  mafiose, la dilagante corruzione, il deterioramento dell’etica pubblica e della stessa morale privata continuano a scavare nella società  civile e nelle istituzioni del Mezzogiorno». Secondo il presidente dell’Antimafia «non si sono mai visti tanti interessi criminali scaricarsi pesantemente, senza neanche il velo della mediazione, sugli enti locali, sulle istituzioni regionali e sulla rappresentanza parlamentare».

Uno scenario di degrado senza fine, dove «se il Sud è il principale campo di battaglia, non dobbiamo dimenticare neppure per un istante che il Centro-Nord è l’area privilegiata di espansione delle mafie italiane e straniere». Le mafie, insomma, «si sono globalizzate e in Italia sono entrate a far parte anche della cosiddetta questione settentrionale». La notte dell’illegalità  non accenna a finire. Anzi, per ora sembra interminabile.


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