«Rivolte in bilico, ma i leader carismatici sono finiti»

Questa è la forza, e in parte una debolezza, delle rivoluzioni in corso» . Olivier Roy, specialista del mondo arabo e professore all’Istituto universitario europeo di Firenze, offre un bilancio di questa prima fase della «primavera dei popoli» . In Egitto e Tunisia c’è un rischio di «rivoluzione tradita» ? «Si sta costituendo ovunque un partito dell’ordine, il prevedibile sussulto delle vecchie forze. Appartenenti al vecchio regime, assieme anche a oppositori della precedente dittatura, o persone che hanno accompagnato il movimento ma ora hanno paura che vada troppo lontano, e vogliono quindi le elezioni ma anche ordine politico, e morale» . Torna lo spauracchio dei Fratelli musulmani? «Soprattutto in Egitto gli islamisti sono una delle forze di questo “partito dell’ordine”. Non credono più neanche loro all’ideologia integralista. Ormai, da quel punto di vista, è finita. Ma fanno parte di una coalizione morale che potremmo paragonare, fatte le debite proporzioni, alla destra cristiana americana. Non si oppongono a un governatore cristiano, rifiutato dai salafiti» . E gli assalti contro i cristiani? «Non dipendono certo dai manifestanti di piazza Tahrir al Cairo. Qui tornano in gioco i salafiti: non sopportano l’idea che i cristiani siano cittadini come gli altri, e non una minoranza protetta come prevede l’islam» . Lo stesso accade in Tunisia? «In parte sì. Qui la minaccia maggiore arriva però, più che dai salafiti, dagli esponenti del vecchio regime che non si rassegnano e giocano al tanto peggio tanto meglio» . In Siria l’Occidente dovrebbe aiutare di più il movimento? «Sarebbe troppo pericoloso. Non si può fare il paragone con la Libia di Gheddafi, un piccolo Paese isolato a livello internazionale, importante dal punto di vista energetico ma non strategico. La Siria è il cuore del Medio Oriente e di tutti gli equilibri regionali: a Damasco sono legati in modi diversi i destini di Libano, Hezbollah, Hamas, Israele…» . Il regime di Bashar Assad può resistere a lungo? «Può anche riuscire, adesso, a schiacciare militarmente le rivolte, ma tra un anno o due saremo punto e a capo. A medio termine è condannato. In Siria giocano gli stessi elementi che altrove, cioè la battaglia delle idee è largamente vinta dal movimento democratico. Solo che il “partito dell’ordine”in azione in Egitto e in Tunisia qui è ancora al comando, e fa un discorso di puro mantenimento del potere: “Se scendete in strada ci sarà  un bagno di sangue”» . Come valuta la pace tra i palestinesi di Hamas e Anp? «Hamas capisce di non avere il vento della storia a favore, e teme di subire una rivolta a Gaza. Allora allenta la morsa, e conclude un accordo accostandosi alle posizioni dell’Anp: per questo le cancellerie europee, al di là  degli appelli ad Hamas perché riconosca Israele, non hanno granché protestato. È Gerusalemme a essere invece in difficoltà » . Israele non ha ancora preso le misure della nuova situazione? «Il suo discorso è sempre stato “non ci si può aspettare nulla dai Paesi arabi, non ci amano, sono antidemocratici, noi siamo la sola democrazia del Medio Oriente”. Oggi le cose cambiano, con i vecchi regimi finiranno gli accordi segreti con Israele; lo vediamo già  oggi con i contratti sul gas, che saranno rinegoziati e sottoposti all’approvazione del parlamento egiziano. I dittatori precedenti, almeno, capivano e rispettavano i rapporti di forza. Ora, in Medio Oriente, tutto è in movimento, e questo continua a impensierire Israele» . 


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