Olanda, qui c’è lavoro per tutti

ROTTERDAM – Prima il lavoro, poi lo studio. Il mondo di Bert è capovolto, le sue priorità  invertite. «Ho ricominciato la scuola a diciotto anni, dopo aver fatto alcuni lavori nell’edilizia ma senza mai trovare un contratto fisso». Questo ventenne olandese ora si sta specializzando in tecniche di gestione commerciale con buone probabilità  di trovare un impiego. «E stavolta sarà  sul serio» racconta Bert mentre sorseggia una birra in un caffè di Delfshaven, tra i canali del porto di Rotterdam. 
La scommessa del ragazzo non è azzardata. L’Olanda è infatti il paese con il tasso di disoccupazione giovanile più basso d’Europa, appena il 7,4%, un miraggio per l’Italia dove quasi un giovane su tre è senza lavoro. Nel paese dei polder, la stragrande maggioranza dei neodiplomati o neolaureati riesce a non rimanere sulle liste di disoccupazione per più di sei mesi, mentre l’attesa per ottenere un contratto a tempo indeterminato dura in media tre anni.
Bert e i suoi coetanei hanno un’autostrada davanti rispetto alle lunghe e incerte trafile a cui sono condannati i giovani italiani. Tutto merito di una politica di riforme e investimenti pubblici che hanno fatto del modello olandese uno dei più avanzati del continente. Lo spettro della “generazione perduta”, che si aggira negli altri paesi europei, qui non esiste. Gli oltre cinque milioni di giovani sono seguiti con un percorso a tappe forzate che non prevede soste. «Nessuno deve rimanere con le mani in mano per più di un semestre» sintetizza Nico van Wijk dell’assessorato agli Affari sociali del Comune di Rotterdam. La città  portuale è nella situazione peggiore del paese a causa della forte presenza di manodopera scarsamente qualificata e di lavoratori di origine straniera, le due categorie più svantaggiate.
Durante gli anni delle superiori, il 60% degli alunni ha un’esperienza lavorativa In Italia non lo fa nessunoLo Stato paga fino a 7 mila euro all’anno per promuovere specializzazioni richieste dalle aziendeLa disoccupazione tra i ragazzi in Olanda è la più bassa d’Europa Scuola e imprese collaborano nella formazione. La stragrande maggioranza dei neodiplomati e neolaureati rimane nelle liste di collocamento per non più di sei mesi. I segreti di un sistema che l’Italia può prendere a modello.
Nonostante questo, Van Wijk guarda compiaciuto i dati. «Attualmente abbiamo solo 4.500 iscritti alle liste di collocamento con un’età  compresa tra i 18 e i 27 anni». Un dato in crescita rispetto all’inizio della crisi ma che rimane comunque sotto ai livelli allarmanti di altri paesi. Il mercato del lavoro in generale è in buona salute, la disoccupazione nazionale è salita solo dal 3,7% del 2008 al 4,5% di oggi. Ma la tenuta dell’economia olandese non basta da sola a spiegare questo piccolo eldorado per i giovani in cerca di impiego. 
Nel Werplein, l’ufficio del collocamento di Rotterdam, i ragazzi prendono i numeri e aspettano di essere chiamati dai vari sportelli. Ce n’è uno per consultare le offerte di lavoro, uno per iscriversi a corsi di formazione, un altro ancora al quale chiedere i sussidi durante i periodi di inattività . Nel 2009, nel pieno della crisi, il governo ha varato un piano straordinario per contrastare la disoccupazione giovanile, stanziando oltre 250 milioni di euro con l’obiettivo di creare 100mila posti e colmare il divario di manodopera nel terziario e nell’industria dove esistono 250mila offerte di impiego vacanti. «Ma i responsabili finali di questo piano siamo noi enti locali» spiega Van Wijk. Ogni città  ha il suo Werplein, e ogni sindaco è tenuto a dare un lavoro ai giovani della sua città . «Proprio così – aggiunge il funzionario – è un dovere dell’amministrazione comunale. In caso che tutti i nostri sforzi per far incontrare offerta e domanda di lavoro non siano sufficienti, allora dobbiamo noi proporre un impiego socialmente utile o nuovo percorso formativo». 
Il dibattito che c’è in Italia a proposito di un miglior collegamento tra mondo dell’educazione e quello delle imprese qui è già  stato risolto. Più del 60% dei quindicenni olandesi frequenta un istituto professionale fortemente indirizzato verso uno sbocco lavorativo. «Sono scuole partecipate da aziende e sindacati, capaci di adattare i programmi in modo molto rapido al mercato» spiega ancora il funzionario di Rotterdam. Al termine degli studi, l’accompagnamento dello Stato continua. «Promuoviamo accordi con le aziende per favorire il reclutamento anche attraverso sovvenzioni salariali o incentivi fiscali» aggiunge Van Wijk. 
E’ come trasformare un oggetto solido in liquido. Hans de Boer ricorre a un’immagine della fisica per riassumere la battaglia contro la disoccupazione giovanile. E’ stato lui il presidente della Task Force nazionale creata appositamente dal governo. «Abbiamo concentrato tutte le nostre energie – racconta – per fluidificare la transizione tra studio e lavoro». In cambio dell’incremento degli aiuti pubblici, i giovani hanno il dovere di trovarsi un’occupazione. Dal 2008 infatti nessun ragazzo può ricevere un sussidio di disoccupazione se non ha mai avuto un’esperienza lavorativa. Il periodo di disoccupazione massimo previsto è di un anno: al termine di questo periodo, è obbligatorio accettare un contratto. Se il nuovo lavoro comporta una dequalificazione, lo Stato è costretto a pagare la differenza di salario. 
“Work first” è lo slogan del lavoro. In nessun caso, un ragazzo può rimanere a casa senza fare nulla ed entrare nella famigerata categoria dei Neet, Neither in education nor in employment or training. I ragazzi che lasciano la scuola precocemente vengono aiutati a seguire un nuovo percorso di formazione alternativo, spesso alternato a periodo di lavoro. E’ il caso di Bert, il giovane imbianchino che si è rimesso a studiare per essere assunto come esperto commerciale in un’azienda tessile. Per quelli come lui, lo Stato è disposto a pagare fino a 7mila all’anno per promuovere specializzazioni richieste dalle aziende. Se invece Bert non trovasse un lavoro, dovrebbe comunque intraprendere nuovi studi oppure avere un contratto temporaneo dal comune di Rotterdam. 
«Un elemento importante dell’approccio olandese è quello della responsabilità  reciproca. Al supporto da parte dello Stato è associato un impegno da parte del beneficiario, come nel caso del sussidio di disoccupazione» commenta Stefano Scarpetta, vicedirettore della direzione occupazione e politiche sociali dell’Ocse che ha lungamente studiato la situazione nei Paesi Bassi. «Un altro esempio è l’età  di scolarizzazione – continua Scarpetta – è stata aumentata fino a 18 anni ma rendendola condizionata all’ottenimento di un titolo di studio secondario superiore». Intanto, però, i giovani olandesi non aspettano di diplomarsi o finire l’università  per inviare curriculum e fare colloqui. Durante gli anni del liceo, il 60% degli alunni ha un’esperienza lavorativa. Per capire la differenza, basta pensare che in Italia la statistica è pari a 0%. Nel periodo dell’università , tra i 20 e i 24 anni, gli olandesi che coniugano lo studio con periodi di lavoro sale al 70% (poco più del 10% da noi). «In Italia – continua Scarpetta – c’è ancora un sistema che divide molto schematicamente le due fasi, prima lo studio e poi il lavoro. Oggi, invece, vengono premiati i paesi che riescono a essere più flessibili, combinando entrambi». Le imprese, spiega l’esperto Ocse, tendono ormai a preferire i giovani che arrivano alla laurea con i cosiddetti “soft skills”, competenze ottenute sul campo. 
Il miglior paese europeo per i giovani in cerca di lavoro nasconde anche qualche ombra. I dati sull’occupazione sono positivi in Olanda anche perché i ragazzi vengono impiegati altrimenti – nello studio o negli uffici pubblici – diventando così invisibili alle statistiche. Negli ultimi anni, la disoccupazione tra i giovani di origine straniera è raddoppiata. La proporzione di giovani con contratti flessibili è nove volte più elevata che la media dei paesi Ocse e diplomati o laureati trovano soprattutto impieghi part-time. L’Olanda è infatti il paese in Europa dove il lavoro a tempo parziale è più diffuso. «Non è una flessibilità  selvaggia. In tutte le diverse tipologie contrattuali è sempre previsto un buon inquadramento normativo in favore dei lavoratori» sottolinea ancora Scarpetta. Esiste un salario minimo garantito per i giovani (dal 42% del salario minimo degli adulti sino a 17 anni, per salire all’60% a 20 anni). Gli stage e l’apprendistato hanno regole severe. «Non se ne abusa come in Italia per avere manodopera a basso costo ma si usano per favorire l’ingresso nel mondo del lavoro» conclude il dirigente Ocse. I contratti temporanei sono quasi la metà  degli impieghi fino a 24 anni. Ma sono considerati un punto di partenza, non una trappola di precarietà  a vita.


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