Pietralata, ultima stazione Rom Vivere aspettando lo sgombero

Il playground dei bambini è un piazzale d’asfalto impolverato e assolato, al centro di tre ex magazzini in muratura. Il cortile è lo spazio fervido di vita dove, il più possibile similmente a una casa vera, i piccoli scorrazzano coi racchettoni in mano, qualche famiglia pranza a tavola, qualche donna stende i panni e qualche altra si affanna a spazzare via terra e polvere in mattine di fine aprile piene di paura. Fuori la scritta di vernice rossa sulla cassetta della posta recita “Alina” civico 102 di via delle cave di Pietralata. Roma est. Per una novantina di rom a rischio sgombero questo potrebbe essere l’ultimo indirizzo conosciuto in Italia. Il sindaco Gianni Alemanno, infatti, dopo l’occupazione pasquale della basilica di San Paolo da parte di rom e associazioni, colpito dalle critiche della comunità  di Sant’Egidio e di Amnesty, ha fatto retromarcia e annunciato una moratoria sugli sgomberi fino alla beatificazione di Giovanni Paolo II.
TREGUA SANTA
Un’indulgenza di una settimana per i campi irregolari, poi però si riprende con le «bonifiche» e quella di via delle cave di Pietralata era una di quelle sospese. I rom, nelle mattine di fine aprile della loro primavera di paura, sanno che dopo il deflusso dei pellegrini toccherà  a loro andarsene. Lo sa Alina, che ha sei anni, un vuoto al posto degli incisivi, i capelli biondi e la pelle scura. La sa anche Doro, che di anni ne ha 12 e ripete quello che dicono i grandi «Se ci sgomberano torniamo in Romania, anche se io non voglio». Conviene, meditano gli adulti nella loro primavera di paura, i fagotti pronti, la tensione che diventa rabbia e li fa diffidare anche degli amici. A Roma ultimamente tira una brutta aria, 1000 persone sgomberate dai primi di aprile, nessuna sistemazione alternativa proposta, davanti la prospettiva di andare raminghi da un ponte all’altro, «ti pare che risparmiano proprio noi?», fa una donna; «Giornalista, tu puoi restare, parlare con noi, solo se prometti che non ci cacciano via», dice un’altra. «Noi lavoriamo, magari in nero e senza dire che abitiamo al campo, i bambini vanno a scuola, sono 6 o 7 anni che stiamo in Italia; per una vita migliore abbiamo lasciato le nostre case in Romania, dove una casa ce l’avevamo», racconta Nina, badante in nero, moglie in una famiglia di musicisti. Fa capire che in Italia vogliono starci, ma non ad ogni condizione, soprattutto se una condizione diversa è stata possibile fin’ora. In questo angolo di Roma ai margini della campagna, dove i baraccati delle rive dell’Aniene di pasoliniana memoria c’erano fino a 60 anni fa, infatti, si è lavorato per inserire i rom: 800 romani la domenica di Pasqua hanno firmato contro lo sgombero del campo. Non basta a consolare, la paura resta: «Signora, come facciamo se ci portano via mentre i piccoli sono a scuola? Dopo tornano e non trovano nessuno», e così nella settimana tra il 25 aprile e il primo maggio le mamme si sono tenuti i figli stretti. Anche Alina è rimasta a casa, lei che a lezione ci va volentieri perché «più di tutto mi piace scrivere ogni giorno» e da grande forse vuole fare la scrittrice.
Hanno paura, i rom romeni di via  delle cave di Pietralata, anche perché sanno cos’è lo sgombero. Ne sono stati già  vittime nel Natale 2006 quando, giunta Veltroni, dovettero lasciare un edificio di proprietà  delle Ferrovie perché veniva coinvolto nella riqualificazione della stazione Tiburtina. Si sparpagliarono in campi abusivi fino ad occupare col sostegno delle associazioni, il 14 febbraio 2008, i magazzini in disuso di via delle cave di Pietralata 102, zona di confine tra campagna e città . Anche il parroco di zona, oltre che la comunità  di Sant’ Egidio, dice che lì è stato fatto un importante lavoro di integrazione. «L’ anno scorso i rom hanno anche aperto il campo al quartiere con una festa musicale. Vorremmo capire meglio perché li sgomberano. Gira voce che al posto del campo sorgerà  una strada contemplata nel progetto di riqualificazione dell’area, che comprende la costruzione di edifici per uffici ministeriali (Sdo) e campus universitario. Ma, nonostante le nostre richieste, non abbiamo mai saputo ufficialmente dall’attuale giunta come intende realizzare questi vecchi importanti progetti », protesta Marina Aquilanti, che milita nel circolo Pd di zona e presiede la locale associazione Crocevia. Al campo non si fidano di nessuno, non parlano volentieri, qualcuno si rintana dietro le porte delle stanze ricavate dentro i magazzini in muratura. Ogni porta è segnata col sinistro presagio di un numero, ogni porta una famiglia, fuori i tavoli, dietro i giacigli, l’odore di tanti panni usati. Alla retromarcia del sindaco Alemanno qui non ci credono e l’uovo di Pasqua donato dal Papa non serve a consolare. Nonostante tutto, però, il playground dei bambini, circondato da cartoni e carrelli della spesa pieni di fagotti, ferve di vita, palloni che ruzzolano, gridolini e sogni.


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