“Colonie o pace con i palestinesi adesso Israele deve scegliere”

RAMALLAH – Fervono i lavori di ampliamento nella Muqata, il palazzo del presidente palestinese. Il nuovo Stato che «presto, molto presto, nascerà », dice Abu Mazen seduto nel suo studio, ha bisogno di nuove e più ampie strutture governative, e di uffici che possano accoglierle. C’è un senso di ottimismo nelle stanze del presidente, la percezione che si sta vivendo un momento cruciale e delicato per il popolo palestinese. «Il negoziato diretto con gli israeliani resta la nostra priorità », spiega Abu Mazen mentre si accende una sigaretta, anche se ufficialmente ha smesso di fumare, «ma se il nostro partner non vuole trattare andremo all’Onu in settembre a chiedere se il nostro popolo, che è tornato unito, ha finalmente il diritto a uno Stato». La riconciliazione di tutti i gruppi palestinesi che tanto allarma Israele, per il presidente, non è un pericolo per la pace anzi un’opportunità . «Netanyahu prima diceva che non sapeva con chi doveva parlare per trovare un accordo con i palestinesi, se con Gaza o con Ramallah, adesso lo sa. È con me che deve parlare e il numero di telefono lo conosce bene».

Dopo la firma della riconciliazione al Cairo deve nascere un nuovo governo palestinese che entro un anno dovrà  organizzare le elezioni legislative e presidenziali. Che peso avrà  Hamas?
«Questo governo nasce con un programma preciso. I ministri devono essere dei tecnocrati indipendenti, in grado di affrontare le nostre prossime sfide che non sono semplici. È un “governo del presidente” che attuerà  un percorso chiaro e condiviso da tutti partiti. Politica estera e negoziato di pace restano una prerogativa dell’Olp».
A chi darà  l’incarico di formare questo esecutivo?
«Ho un unico candidato ed è Salam Fayyad»
Che assicurazioni ha avuto da Hamas, che controlla la Striscia di Gaza? Per tutto l’inverno sono piovuti razzi sparati dai miliziani sulle città  israeliane circostanti la Striscia… 
«Deve rispettare una tregua assoluta. Anche Hamas è interessato a che la situazione resti tranquilla a Gaza e rispetterà  gli impegni che ha preso. In Cisgiordania, l’Anp continuerà  a garantire la sicurezza più alta possibile come del resto abbiamo fatto in questi ultimi tre anni. Sono convinto che dopo la formazione del governo il clima politico cambierà  completamente»
Israele non si sente rassicurato da questa riconciliazione. Netanyahu vi chiede di scegliere tra Hamas e la pace…
«Le cose non stanno in questi termini. La nostra scelta è nel mezzo: Hamas come parte del popolo palestinese che non può essere escluso dal processo politico e Netanyahu come partner per la pace. In un sistema democratico Hamas potrebbe rappresentare l’opposizione, come in tutti i paesi moderni. È Netanyahu che deve scegliere fra le colonie e la pace con noi».
Il “governo del presidente” ancora non c’è ma misure di ritorsione sono già  partite…
«Il blocco del trasferimento delle tasse doganali per le merci dirette nei territori dell’Anp è inaccettabile, è contro la legalità  internazionale e gli accordi intercorsi con Israele. Sono soldi dei palestinesi e sono necessari alle casse dell’Anp per pagare gli stipendi ai dipendenti pubblici. Èuna risorsa vitale per noi».
Il primo appuntamento per lei e per l’Anp è in settembre all’Assemblea dell’Onu, dove verrà  presentata la dichiarazione d’indipendenza dello Stato palestinese entro i confini del 1967. Che scenario ci dobbiamo aspettare?
«La nostra priorità  resta il negoziato con Israele, iniziativa appoggiata da tutta la comunità  internazionale. Ma se nelle trattative non ci sono progressi, la nostra seconda scelta è quella di andare davanti alle Nazioni Unite. Non dobbiamo dimenticare le parole dette dal presidente Obama l’anno scorso al Palazzo di Vetro: vogliamo vedere l’anno prossimo la Palestina in questa Assemblea».
Quando lei ha annunciato la dichiarazione d’indipendenza la Casa Bianca non l’ha presa bene…
«Noi non vogliamo uno scontro con l’America, però gli Stati Uniti devono avere la consapevolezza che la situazione attuale non è più sostenibile. Obama è un uomo serio e sincero, abbiamo avuto subito fiducia in lui e ancora ne abbiamo. Chiediamo due cose semplici agli Usa: una posizione ferma sul blocco nella costruzioni degli insediamenti israeliani sulle nostre terre e un impegno nel processo di pace. Impegni che l’Europa ha già  preso».
Lei in che ruolo si vede in questo futuro Stato palestinese?
«In quello del pensionato».
Scusi?
«Alla fine di questo ciclo di transizione non mi candiderò alla guida dell’Anp e lascerò anche l’incarico di presidente dell’Olp. Quando sono stato eletto il mio programma era: maggiore sicurezza, sviluppo economico e sociale, arrivare alla riconciliazione e poi l’indipendenza del nostro Stato. Quest’anno c’è la possibilità  di realizzare tutto questo, poi me ne vado in pensione».
Lunedì lei incontrerà  a Betlemme il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, cosa si aspetta da questa visita?
«Con il presidente Napolitano c’è un’amicizia vera, una storia condivisa. E con il popolo italiano abbiamo un legame molto particolare. Spero che l’Italia, come hanno già  fatto altri Paesi europei, dia un segnale attenzione verso le nostre aspettative elevando il rango della nostra rappresentanza diplomatica a Roma, sarebbe un gesto nella giusta direzione».

 


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