“Sono qui per ricordare Jim” tra gli scheletri di Ground Zero il sollievo di una nazione

NEW YORK – Non avrebbe mai immaginato di inginocchiarsi dieci anni dopo, scacciando il dolore senza fine con il sorriso che adesso sfodera accanto alla moglie Candice, avvolta nel foulard a stelle e strisce. «Fu per caso che Jim si ritrovò qui quel giorno di dieci anni fa» dice indicando la ferita delle Torri Gemelle dove ora comincia a svettare la Freedom Tower. «Ed è un caso che noi ci ritroviamo qui, dieci anni dopo, in questo giorno incredibile». L’11 settembre 2011 il caso aveva il volto diabolico di Osama Bin Laden. James Hobin, “il cugino Jim”, 47 anni, due figli, di Marlborugh, Connecticut, veniva a New York solo una volta alla settimana, lasciando l’ufficio di Hartford della Marsh & McClennan – la compagnia di management specializzata, maledetto destino, nella «gestione del rischio» – per salire al 99esimo piano della Tower One del World Trade Center. Oggi il caso ha la voce delle migliaia di persone che hanno svegliato Wayne e Candice con le urla e gli «Usa! Usa!» scanditi per tutta la notte intorno al loro albergo di Times Square e nelle piazze di tutt’America. E così alle 6 del mattino la coppia, turista per caso, era già  giù dal letto per correre al santuario, in questa Ground Zero che all’annuncio della morte di Bin Laden è scoppiata di gioia come quelle piazze islamiche dove nelle ultime settimane sono caduti altri, quantunque meno sanguinari, tiranni. «È finita, capitolo chiuso, basta» dice Mohammed Karzidi, il tassista pachistano che per tutta la notte ha fatto la spola per Manhattan e scuote la testa quando alla radio i funzionari americani smentiscono qualsiasi coinvolgimento di Islamabad nel blitz. Ma il sole che sorge su questo cantiere infinito – la Freedom Tower raggiungerà  i 1776 piedi d’altezza, il numero magico dell’indipendenza americana, soltanto tra tre anni – disegna già  un altro paesaggio. La festa da stadio è andata avanti finché era buio, con tantissimi ragazzi e ragazze che ai tempi dell’attacco erano bambini, «Stars Spangled Banner», l’inno della bandiera, miscelata a «Na Na Na Na – Na Na Na Na / Hey Hey / Kiss Him Goodbye». Ma con il primo, timido sole di questo freddissimo maggio è cominciato il pellegrinaggio vero e proprio, guardato a vista dai poliziotti che si sono silenziosamente moltiplicati: perché l’allarme per tutta l’America e l’Occidente è stato fatto filtrare da Washington ma New York – lo dice chiaro il sindaco Mike Bloomberg parlando proprio dal World Trade Center, colpito nel 1993 e nel 2001 – «resta l’obiettivo e la morte di Bin Laden non cambia il nostro impegno a vigilare». Accanto alla caserma dei vigili del fuoco all’incrocio tra Greenwich e Liberty Street, il ricovero degli eroi che trovarono la morte scalando le due Torri che venivano giù, la gente si mette in fila per entrare nel museo che per l’anniversario di Ground Zero dovrebbe trovare casa nel mausoleo ricavato nel perimetro delle fondamenta delle Twin Towers. Ma non basterebbe nessun santuario del mondo a raccogliere tutto il dolore. Quante sono tutte le vittime di Bin Laden? «Il numero dei morti nelle due guerre contro il terrorismo supera di gran lunga quello dell’attacco», dice al telefono da New Canaan, Connecticut, Mary Fetchet, presidente di «Voci dell’11 settembre», una delle associazioni delle vittime più attive. «Ciao mamma, sono Brad. Avrai sentito le notizie: volevo solo dirti di stare tranquilla. La Torre colpita è la numero Uno: noi siamo nella numero Due». Mary ha ripensato a quell’ultima telefonata ascoltando Barack Obama dire che il mostro era morto: «Ero sorpresa e incredula: proprio ora, dieci anni dopo?». Mary ripete – come Sally Regenhard, l’altra attivista che racconta il dolore dei parenti alla Cnn – che «nulla potrà  restituirmi mio figlio». Ma aggiunge: «La verità  è che questa perdita ci accompagnerà  per tutta la vita: e dobbiamo imparare a conviverci». Adesso è più facile? Wayne Hobin sistema la bandierina sul “sepolcro” dei pompieri: «Jim per me era come un fratello. Vendetta? No, giustizia. Oggi quest’essere diabolico è stato spazzato via dal pianeta. Ci sono voluti dieci anni ma diciamo grazie alle nostre truppe. Diciamo grazie ai nostri presidenti. Sì, i due presidenti: George W. Bush e Barack Obama». Un incubo lungo dieci anni e una nazione che sa ricomporsi: nella gioia e nel dolore. E questo no, stavolta non è un caso.


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