Thailandia, se questa è democrazia

Lo scenario pre-elettorale è questo. Abhisit, mai eletto primo ministro dal voto popolare, è al potere dopo un gigantesco ribaltone parlamentare nel dicembre 2008, a sua volta venuto dopo due scioglimenti di governi fedeli all’ex premier Thaksin Shinawatra. Il magnate delle telecomunicazioni, che forte della sua enorme popolarità  aveva sfidato lo status quo di un Paese da sempre controllato dall’elite monarchico-militare, è tuttora in autoesilio dopo essere stato da un colpo di stato nel 2006. Ma dall’estero, Thaksin continua a dirigere le politiche del principale partito di opposizione Puea Thai – la sua candidata premier dovrebbe essere sua sorella, Yingluck Shinawatra – promettendo un suo salvifico ritorno in patria alle classi medio-basse, specie nelle popolose aree rurali del nord-est, che costituiscono lo zoccolo duro del suo elettorato.

I sondaggi danno un testa a testa tra la coalizione di Abhisit e il movimento pro-Thaksin. E’ quasi certo che il primo partito in Parlamento sarà  proprio quest’ultimo: ma se non supera il 50 per cento e i partiti minori continuano a schierarsi con Abhisit come ora, verrà  formato un governo simile a quello in carica attualmente. E allora, primo caso di probabile instabilità : le “camicie rosse”, sentendosi derubate, non farebbero fatica a riportare le folle in piazza. Se invece il Puea Thai dovesse conquistare la maggioranza assoluta, per l’establishment sarebbe un risultato scioccante.

In un certo, sarebbe la prova del fallimento di tutte le tattiche adottate finora per convincere i thailandesi a scordarsi Thaksin. Lo hanno demonizzato, indicato come il più corrotto e il più populista di tutti, accusato di voler destituire la monarchia e pure di terrorismo, manovrando dall’esilio una protesta che – nonostante le rassicurazioni sui metodi pacifici del movimento – ospitava al suo interno anche una ristretta minoranza armata, della quale i “rossi” non hanno mai riconosciuto l’esistenza. Thaksin non è più universalmente popolare come lo era dieci anni fa, quando anche la classe medio-alta di Bangkok era con lui. La continua demonizzazione a opera del sistema mediatico nazionale, in mano alle elite di Bangkok, ha avuto un effetto anche sull’elettorato tendenzialmente apolitico, rassicurato dalla faccia da bravo ragazzo del premier Abhisit.

L'ex premier Thaksin Shinawatra, ora in autoesilioMa lo spettro di una sua vittoria turba i sogni dell’establishment, e in particolare delle forze armate che sostengono Abhisit. E’ per questo che, negli ultimi mesi, le voci su un colpo di stato si sono moltiplicate. I vertici dell’esercito le hanno smentite pubblicamente – beh, lo fecero anche nei mesi precedenti al colpo di stato del 2006. Prendendo per buona la loro parola, un espediente per salvare la faccia e ottenere lo stesso effetto di un golpe ci sarebbe: sfruttare un evento fuori dal comune per rimandare il voto, una volta sciolte le Camere, e tirare avanti con un governo di transizione.

Un caso potrebbe essere quello delle ripetute scaramucce al confine con la Cambogia per il tempio conteso di Preah Vihear – 17 morti nell’ultima serie, 11 lo scorso febbraio e un’altra ventina dal settembre 2008. Bangkok e Phnom Penh si accusano a vicenda, ed entrambe soffiano sul fuoco del nazionalismo per scopi di politica interna. Ma dato che la Thailandia è quella che più potrebbe guadagnare da un rovesciamento dello status quo (il Preah Vihear è stato assegnato alla Cambogia dall’Onu nel 1962), gli analisti tendono a vedere un interesse di Bangkok nel tenere aperta una questione che legalmente era stata regolata quasi cinquant’anni fa. E quindi: si andrebbe al voto, se quelle scaramucce evolvessero in una minaccia alla sicurezza nazionale a ridosso delle elezioni?

Il capo di stato maggiore, generale PrayuthDi sicuro, la maggioranza in Parlamento e sistema giudiziario-militare stanno preparando il terreno per il voto in ogni modo che possa favorire l’attuale governo. Sono state introdotte modifiche alla legge elettorale per favorire i voti di lista, una misura che favorisce la coalizione di Abhisit. Il premier – che alcuni anni fa guidava il coro dello scandalo per le misure populistiche di Thaksin – ha varato una serie di incentivi e agevolazioni economiche alle classi medio-basse, con il chiaro tentativo di rosicchiare consensi al rivale. Dopo la censura di decine di migliaia di siti considerati simpatizzanti con i “rossi”, si è passati ai bastoni tra le ruote: una settimana fa, tredici radio locali del movimento fedele a Thaksin sono state chiuse per mancanza di licenza; deputati del Puea Thai denunciano già  la rimozione di manifesti elettorali dai muri di Bangkok.

Su tutto questo aleggia l’innominabile figura di re Bhumibol Adulyadej, 83 anni e sul trono dal 1946. Ufficialmente al di sopra della politica, il sovrano è genuinamente venerato dai thailandesi ma anche protetto dalle leggi di lesa maestà  più severe al mondo: possono comportare fino a 15 anni di reclusione. Abhisit ha pubblicamente invocato provvedimenti per punire chi trascina il re nell’arena politica in vista del voto. Ed ergendosi a difensori della monarchia, le forze armate hanno iniziato a usare la lesa maestà  come clava politica. Il capo di stato maggiore, generale Prayuth Chan-ocha, ha portato in tribunale alcuni tra i maggiori leader delle “camicie rosse”, in seguito a un comizio dal palco. E ora, qualche giorno fa, anche Somsak Jiamtirasakul, uno storico progressista tra i più famosi in Thailandia. Il messaggio è chiaro: chi vota contro il governo attuale è contro la monarchia. E se vi state chiedendo se ci saranno osservatori elettorali, il vicepremier Suthep Thaugsuban è già  stato chiaro: la Thailandia non ha bisogno della supervisione straniera.


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