Un americano al cento per cento

Fa parte del profondo credo da parte importante del nostro paese che Barack Obama non sia veramente un americano al cento per cento. Il raid letale contro Bin Laden, seguendo a pochi giorni la presentazione da parte di Obama del proprio certificato di nascita, è il secondo grande colpo che hanno dovuto subire il crescente movimento di elettori che si sono convinti che Obama è in realtà  un musulmano, che non sia nato negli Stati Uniti e che è simpatizzante di Al Qaeda. Fino a pochi giorni fa era in crescita il movimento dei cosiddetti “birthers” – cioè persone che mettono in dubbio che Obama sia nato negli Stati Uniti e che quindi occupi illegalmente la presidenza, poiché la costituzione americana stipula che un presidente deve essere nato nel territorio degli Stati Uniti. Il quarantacinque per cento degli elettori repubblicani crede che Obama sia nato all’estero e un altro 22 per cento non è sicuro che il presidente sia nato nel nostro paese. Quindi solo un terzo dei Repubblicani crede che Obama sia un americano a pieno titolo e occupi legalmente la posizione di presidente. Da molto tempo la questione della nascita di Obama è una non-questione: lo stato di Hawaii aveva detto più volte che la nascita del presidente è stata registrata regolarmente e ha fatto vedere una fotografia del certificato sulla rete. Ma i birthers rimanevano implacabili, sostenendo che il certificato mostrato sulla rete fosse un artefatto e l’annuncio sui giornali fosse stato aggiunto dalla famiglia per americanizzare Obama. Perché il presidente non fa vedere il certificato se ce l’ha? Dicevano gli scettici. Ma come si spiega la forza e la resistenza di un credo così apparentemente assurdo e irrazionale di fronte a prove così evidenti? Una delle risposte – (ma non l’unica) – è una forte componente di razzismo e l’incapacità  di una parte significativa del Paese di vedere Obama, il primo presidente nero, come un presidente legittimo. Infatti, subito dopo la conferenza stampa di Obama, Donald Trump, il palazzinaro newyorkese che aveva soffiato sul fuoco del movimento dei birthers per preparare la strada per una possibile corsa alla Casa Bianca, ha subito chiamato in questione altri requisiti del presidente, pretendendo di vedere i suoi voti all’università  per capire se ha meritato i suoi titoli di studio o realmente scritto i libri che ha pubblicato a suo nome. Obama, molto semplicemente, è uno dei presidenti più colti della nostra storia recente: è stato nominato direttore della Harvard Law Review, un onore riservato ad uno dei migliori studenti della scuola di legge di Harvard, posizione supercompetitiva e ultrameritocratica. Il primo libro di Obama è stato pubblicato prima che diventasse famoso e l’editore ha spiegato anni fa che Obama, a differenza di quasi tutti gli altri politici, non si è avvalso di un “ghostwriter”, pratica comune per i politici (compreso Trump stesso) ma che (se sono bianchi) non si devono giustificare al pubblico. Il ragionamento (non articolato ma chiaro) di Trump è molto semplice: un nero come Obama non può aver ottenuto ciò che ha conquistato in modo legittimo. Con l’elezione di Obama gli Stati Uniti si sono lusingati di essere passati ad un’era post-razziale. Anche se la presidenza di Obama rappresenta un grosso passo avanti, non ci siamo ancora arrivati. È vero è che gli appelli esplicitamente razzisti non funzionano più perché gli americani non si considerano razzisti, ma si sono create nuove regole del gioco per attivare sentimenti razziali nascosti. Spesso sono usati stereotipi negativi, associati tradizionalmente con i neri: “pigro,” “arrogante,” “poco rispettoso,” mancanza di autocontrollo”, o spesso si usano le parole “noi” e “loro” senza specificare chi sono. Mentre con avversari bianchi si evita di fare vedere il rivale in fotografia, con l’avversario nero si usa molto di più la sua fotografia per sottolineare la diversità  razziale, oppure si fa vedere il candidato bianco che parla con altri elettori bianchi, per spiegare implicitamente chi è il noi e chi è il loro. Che si tratti di razzismo è fuori discussione. Uno studio dimostra che se fai vedere la biografia di un candidato politico e metti la fotografia di un uomo bianco e una di uno nero, l’elettore trae conclusioni molto diverse sulla qualità  del candidato, anche se le biografie sono identiche. È interessante notare che gli elettori reagiscono in un modo molto diverso se il candidato nero ha la pelle più o meno scura: più la pelle è scura più le impressioni sono negative. Infatti, Obama quasi sicuramente non sarebbe riuscito a diventare presidente se non fosse un uomo birazziale, con la madre bianca e con la carnagione piuttosto chiara. Nelle elezioni del 2008, Obama ha vinto grazie a milioni di voti bianchi ma è anche vero che ci furono segni di un forte rifiuto nei suoi confronti su basi razziali. Negli stati del profondo Sud – cuore della vecchia Confederazione schiavista – Obama ha ottenuto poco più del 10 per cento del voto bianco – zone che erano roccaforti democratiche prima del movimento per i diritti civili. In alcuni stati, Obama ha ottenuto solo la metà  dei consensi dei bianchi che avevano votato per il suo predecessore John Kerry. Questo sottofondo razzista viene fuori nelle battute spiritose di molti esponenti repubblicani: il commentatore radio Rush Limbaugh parla di Obama come il «magico africano» e un noto esponente del Tea Party della Florida ha fatto circolare via mail una fotografia manipolata con la faccia di Obama con un osso nel naso e il corpo di un capo tribù africano in costume tradizionale. Oppure l’email mandata recentemente da un ufficiale repubblicano della California che ritraeva Obama come un piccolo scimpanzé insieme ai genitori scimpanzé, con il titolo: “Ecco perché non faccio vedere il certificato di nascita”. Obama, che ha sempre ignorato attacchi di carattere razziale, ha reagito a Trump con umorismo. «Nessuno è più felice di aver messo in pace la questione del certificato di nascita», ha detto Obama ad una cena dedicata a discorsi umoristici, «così possiamo concentrarci sulle questioni veramente importanti: se il viaggio sulla Luna è stato una montatura, oppure se davvero sono stati avvistati gli Ufo nel New Mexico. Infatti è nato un piccolo movimento per costringere Trump a rivelare se i suoi capelli siano veri o finti».


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