Al confine con la Turchia tra i profughi siriani che dopo le proteste hanno subito le violenze dei soldati. Umiliati e feriti ma decisi a lottare

E’ vero, non sempre, le loro sono ricostruzioni di cose viste con i propri occhi, spesso si tratta di storie apprese da altri. Ma le testimonianze su certi episodi sono così ripetute e consistenti da lasciare poco spazio al dubbio.Poteva sembrare che su Jisr al Shugur, la città -martire di 50 mila abitanti, che domenica scorsa è stata piegata dai carri armati della famigerata IV Divisione guidata da Maher el Assad, il fratello del presidente, dai servizi di sicurezza e dagli Shabiha, i miliziani fedeli al regime, non ci fosse più nulla da aggiungere.

I portavoce di Damasco hanno esaltato il “ritorno alla normalità ” della città  e hanno chiesto ai fuggitivi di tornare nelle loro case. Imad, che come gli altri rifugiati accetta soltanto di indicare il suo nome per paura di esporre a ritorsioni i parenti rimasti di là , invece, ribatte: «Sono dei bugiardi, guidati da un grande bugiardo. Non è vero che la situazione a Jisr al Shugur adesso è tranquilla. La città  è semivuota. Le strade, la sera, sono deserte. Continuano ad arrestare la gente e a sparare. Quattro giorni fa, hanno fermato 12 persone, componenti della famiglia degli Yusef. Erano appena tornati a casa dopo essersi allontanati durante gli incidenti dello scorso fine-settimana. Sono stati tutti portati allo zuccherificio. Gli uomini sono spariti oltre il cancello, quattro donne, due sui 35-40 anni e due poco più che adolescenti, sono state umiliate in pubblico».
In che modo, umiliate? «Hanno tolto loro i vestiti e le hanno lasciate nude per strada. Me l’ha detto un mio amico che è rimasto e si nasconde in montagna, ma in città  ne parlano tutti». Poi prende il telefonino è fa partire la registrazione di un uomo che invoca Allah u akhbar, “Dio è grande”. «E’ lui – dice Imad – il mio amico. Mi ha chiamato dopo che è stato ferito al fianco e a una coscia, e sta pregando».
Chiediamo, ma cos’è questa storia dello zuccherificio? «È una vecchia fabbrica di zucchero che occupa un’area di un chilometro quadrato e che è stata trasformata in centro di comando dell’esercito e del mukabarat. Dentro ci sono anche alloggi per gli ufficiali. La gente arrestata per strada viene portata lì e nessuno sa che fine faccia».
La faccia deturpata da un incidente o da una malattia infantile, la barba delineata a punta di forbice, Imad ha 31 anni e non è sposato. Nega di aver mai usato armi contro il regime, ma ammette, implicitamente di avere partecipato alla protesta. «Lavoravo ad Aleppo, in un grande supermercato. Quando sono cominciate le manifestazioni ho perso il lavoro. Allora sono tornato dai miei, in un villaggio vicino a Jisr al Shugur. Ma anche lì ci sono state manifestazioni. L’esercito ha sparato. Ci sono stati molti morti. Poi, domenica sono arrivati i carri armati».
Un momento, il regime accusa i manifestanti di aver ucciso, a Jisr al Shugur, 120 tra poliziotti e agenti dei servizi. «Non è vero – interviene Alì, 28 anni, sposato, con un bambino, contadino, proprietario di un uliveto – L’ordine che hanno dato gli ufficiali, era di sparare sulla folla e molti soldati si sono rifiutati. E allora li hanno uccisi. Io ne ho visti cadere una decina».
Ma uccisi da chi? «Funziona così. Gli ufficiali schierano una prima fila di soldati, venti, trenta, che hanno l’ordine di sparare sui manifestanti. Dietro ci sono gli uomini dei servizi. Chi si rifiuta di sparare viene immediatamente colpito. I soldati lo sanno. Gli ordini sono espliciti: chi non spara sarà  ucciso. ciononostante molti sono riusciti a scappare».
Questa storia, ripetuta anche da altri rifugiati, contrasta in maniera stridente con la versione ufficiale che accusa i manifestanti (ovvero “bande di terroristi armati”) di aver ucciso i 120 militari. E questo è stato il pretesto offerto all’esercito d’intervenire in forze. Ma davanti allo sguardo febbricitante di Osama, un ragazzino di 14 anni che ha la metà  destra del cranio coperta da una benda ed escoriazioni profonde lungo tutto il collo, c’è da chiedersi quale pericolo deve aver rappresentato per ridurlo in quel modo. Come molti dei rifugiati arrivati mercoledì a Guvecci, Osama viene dal paesino di Aram Joz (letteralmente, Il campo dei noccioli) quasi attaccato a Jisr al Shugur.
Osama non vuole parlare, preferisce restarsene diffidente all’ombra di grande gelso con alcuni amici. Per lui, però, parla Ahmed, un adulto che lo conosce bene. «Quella di Osama – dice – è una famiglia tranquilla: padre madre e tre figli. Lui faceva la settimana classe. Quando è arrivato l’esercito, domenica scorsa, erano tutti in casa. Nessuno era fuggito nei giorni precedenti. Improvvisamente i soldati hanno cominciato a demolire la casa con un bulldozer. Lui s’è lanciato contro di loro. Un militare lo ha bloccato, mentre un altro lo colpiva sulla testa con un bastone…».
Solo dopo la famiglia è scappata. Osama è stato portato all’ospedale di Antiochia, medicato e curato. Gli altri parenti aspettano che si apra la frontiera per raggiungerlo. «Adesso sono laggiù», ed indica con il dito indice una macchia d’azzurro nel verde delle colline, oltre una strada militare che costeggia la frontiera: l’accampamento provvisorio dei siriani in attesa della salvezza.
Più di ottomila, ormai, ce l’hanno fatta, la metà  è stata sistemata nell’edificio di un’ex manifattura tabacchi a Yayladagi, una ventina di chilometri a nord di Guvecci, un paesino lindo, sereno, con la piazzetta piena di anziani che sorseggiano una straordinaria tisana che si trova soltanto fra queste montagne e il cortile del municipio pieno di volontari. Ma per l’altra metà  dei rifugiati non c’è più posto nelle tende bianche con il simbolo della mezzaluna rossa allineate poco lontano dalla manifattura. Per questo, ha scritto ieri il Post, vicino al premier Erdogan, se la situazione in Siria dovesse peggiorare, e la massa dei rifugiati crescere a dismisura sarebbe obbligatorio un intervento militare per creare una zona-cuscinetto in territorio siriano dove fermare e assistere i profughi.
Per ora, dalla cancellata della manifattura avvolta da teli di plastica che impediscono agli obbiettivi dei media di penetrare all’interno, trapelano storie di salvezza. Come quella di Soleiman, commerciante di 38 anni, fisico atletico, barba appena incolta e della moglie Suha che hanno percorso a piedi, con i loro cinque figli, dai tre ai 12 anni, sei dei venticinque chilometri che separano Jisr al Shugur dalla frontiera turca. Tornerete a casa come vorrebbero le autorità  di Damasco, chiediamo? «Sì – risponde Soleiman, ironico – solo quando Assad deciderà  di indire libere elezioni, e a condizione che a Jisr al Shugur prenda anche un solo voto. Ma non lo prenderà ».


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