“Arricchirsi è glorioso”: l’etica della nuova Cina

Una lezione di storia cinese degli ultimi 35 anni ricca di sorprese e spunti interessanti: questo è stato l’intervento di Francesco Sisci, corrispondente dalla Cina per diverse testate giornalistiche, uno dei massimi esperti italiani di politica e cultura cinese (conosce perfettamente la lingua, ha sposato una donna cinese, è stato il primo straniero mai ammesso alla Scuola Superiore dell’Accademia Cinese delle Scienze Sociali di Pechino e già  direttore dell’istituto Italiano di cultura ancora a Pechino). Sisci offre una lettura nuova, capace di cogliere sfumature impercettibili anche a molti analisti occidentali e di sfatare molti luoghi comuni sulla Cina.

“Alla morte di Mao, leader indiscusso ma con un’ideologia strampalata, la Cina era distrutta, economicamente e culturalmente (ricordiamo le due tragedie, la carestia degli anni 50 e la rivoluzione culturale tra il 1966 e il 1976). Nessuno sapeva da che parte cominciare perché il comunismo era inutilizzabile e il confucianesimo, dottrina tradizionale che innerva la società , spazzato via: la fine del maoismo aveva lasciato un vuoto molto difficile da colmare. Dopo le vicende della Banda dei quattro, un periodo in cui veramente lo Stato cinese stava crollando con potentati e burocrati che se lo stavano mangiando (come è avvenuto in Russia dopo il crollo dell’Unione sovietica) , è emersa la figura dell’anziano leader Deng Xiao Ping, più volte caduto in disgrazia ma sempre riemerso. Nel 1979 nessuno credeva più in niente, ma il vecchio leader ha avuto la forza di fare le prime riforme senza avere un’agenda precisa e senza sapere che esito avrebbero avuto”.

Sisci evidenzia come in Cina tutto cominci dalla cultura, cioè dalle grandi impostazioni teoriche: dopo la morte di Mao, e ancora oggi, la Cina fatica a trovare un nuovo orizzonte valoriale che non sia quello di un nazionalismo basato sulla prosperità  economica. Come testimonia la vicenda della statua di Confucio prima collocata poi rimossa da piazza Tienanmen, “mettere insieme Mao e Confucio è una missione impossibile. Uno degli slogan di Deng Xiao Ping era arricchirsi è glorioso. I primi tempi furono caotici: capitalismo selvaggio senza alcuna regola, assenza di istituzioni e strutture economico/finanziarie”. Occorreva cambiare impostazione generale. “La dirigenza cinese è come la chiesa cattolica, prima deve cambiare i dogmi (cioè il quadro teorico) e poi passare alle riforme pratiche il nuovo dogma di Jiang Zemin, salito al vertice del potere nei primi anni 90, dopo la rivolta di Tienanmen, quello delle dell’economia socialista di mercato, ricordata come teoria delle Tre rappresentanze: san ge daibiao, che aprì la strada all’ingresso nel partito comunista dei capitalisti. Durante la sua presidenza, con l’intento di instaurare, si creò una banca centrale, cominciarono a crescere le grandi imprese statali (che godono dei maggiori finanziamenti e a cui è lasciato l’80-90% dell’utile), si sviluppò l’imprenditoria privata. Si stava stabilizzando un nuovo ordine finanziario, ma nel 1997 subentrò la grande crisi dell’economia asiatica (Thailandia, Corea, Giappone, Indonesia che svalutò la propria moneta dell’80%): la Cina riuscì a salvarsi e a rimettere in pista le economie di tutti quei paesi proprio perché non cedette alla svalutazione dello yuan che avrebbe sicuramente portato ad altre svalutazioni competitive”. La crescita restò elevata e gli Stati Uniti cominciano ad essere preoccupati aumentando anche una pressione di tipo militare: ma con l’11 settembre 2001 l’agenda del mondo cambia.

Ma la Cina, forse più nell’ombra, continuò la sua corsa. “Negli anni 2000, con la presidenza di Hu Jintao, si fece strada l’idea della società  armoniosa socialista: è la pietra tombale sul comunismo caratterizzato dalla lotta di classe, si punta invece sul rispetto della gerarchia. La moneta venne rivalutata (2005) ma non quanto volevano i paesi occidentali. La crisi economica globale però rimette in discussione tutto, la Cina per la prima volta esce dal cono d’ombra e deve diventare protagonista sullo scenario mondiale: non si sa quanto questo sia programmato dalla dirigenza cinese. Ora la Cina sta letteralmente salvando l’economia traballante degli USA. Da paese importatore la Cina è diventata uno dei primi esportatori mondiali”. L’asse del mondo si è spostata in Asia.

A questo punto emergono alcune grandi criticità  che non riguardano soltanto la questione dei diritti umani – non si vedono cambiamenti di orizzonte almeno a breve – ma aspetti propriamente economici. Ancora Sisci: “Le riforme in campo sociale, al di là  degli auspici, sono rimandate a data da destinarsi; eppure in Cina bisogna pagare tutto scuola, assistenza sanitaria e non c’è un adeguato sistema pensionistico. Questo potrebbe portare a un aumento della tensione sociale. Il sistema del welfare è formato dai risparmi delle famiglie perché nel paese il tasso di risparmio è del 50%! Si sta poi accentuando la contrapposizione imprese statali ricchissime e imprese private. Le prime valgono per il 30% del Pil, con finanziamenti statali che coprono il 70% della spesa, le seconde viceversa, ma sono ugualmente penalizzate. Occorrono riforme ma ci sono forti interessi precostituiti che non esistevano ai tempi della svolta di Deng”

Alla fine però dovrà  aumentare il tasso di democraticità , senza sussulti e con il pericolo di arretramenti. Qui il giornalista sfata un altro luogo comune quello secondo cui un regime autoritario sia capace di prendere decisioni più rapide rispetto a una democrazia: “Benché si sappia già  chi sarà  il nuovo presidente che verrà  eletto al congresso del partito comunista in programma nell’autunno 2012, è davvero difficile capire come avverrà  la sostituzione della classe dirigente: questa farraginosità  può far inceppare un apparato sempre più complesso. Ma la Cina ce la farà  un’altra volta”. I cambiamenti globali interesseranno dunque anche il Celeste Impero che ora mostra contemporaneamente il suo lato arcigno e poliziesco, e la sua meravigliosa vitalità .



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