Così la Cina reprime gli avvocati dei diritti umani

Ma Ni Nulan non è un caso a se stante. Gli avvocati in Cina hanno paura. Se devono difendere qualcuno che ha subito un abuso da parte di un pubblico ufficiale ci pensano due volte. Perché il rischio non è solo quello di non poter più praticare la professione ma anche di essere minacciato o di finire in prigione, picchiato e torturato. Per questo su oltre 204mila avvocati ormai sono solo poche centinaia quelli che «osano» occuparsi di cause relative ai diritti umani. Lo denuncia un rapporto di Amnesty International che sarà  diffuso stamattina a Hong Kong e che qui anticipiamo.
«A partire dallo scorso febbraio c’è stato un altro giro di vite dovuto alla paura che la primavera araba potesse arrivare anche qui — racconta al Corriere Catherine Baber, vicedirettrice del Programma Asia e Pacifico di Amnesty — sono almeno 130 le persone che sono scomparse, tra cui anche molti avvocati, in totale violazione della legge. È una situazione molto preoccupante, la Cina sta facendo un grosso passo indietro rispetto al 1996, quando fece lo sforzo di regolamentare il sistema giudiziario riconoscendo il diritto all’indipendenza degli avvocati» .
Negli ultimi due anni sono state introdotte nuove norme per mettere sotto controllo chi esercita la professione. Gli studi legali e i singoli avvocati devono sottoporsi a «una valutazione annuale» e, se si sono occupati di temi caldi, rischiano una sospensione. «A pagarne lo scotto — spiega ancora Baber— è l’intero popolo cinese perché non poter contare su un difensore libero dalle pressioni vuol dire non avere più accesso alla giustizia» . Tang Jitian, per esempio, si è visto revocare definitivamente la licenza l’anno scorso per aver difeso alcuni membri del movimento religioso Falun Gong. Da allora la polizia lo perseguita e gli impedisce di trovare persino un’abitazione: «Ogni volta che mi sistemo in un appartamento— racconta— gli agenti chiedono ai proprietari di sfrattarmi. Uno di questi mi ha ridato indietro il doppio dei soldi purché me ne andassi. Come posso difendere i diritti umani in questa situazione? Non posso tutelare nemmeno me stesso» . Il caso più noto è q u e l l o d i G a o Zhisheng, che nel 2001 era stato nominato dal ministero della Giustizia «uno dei 10 migliori avvocati della nazione» ma che poi è caduto in disgrazia per essersi battuto contro la pena di morte e per la libertà  di espressione.
Torturato più volte, detenuto in isolamento, sequestrato per mesi, da un anno di Zhisheng si sono perse le tracce. Lo scorso ottobre la figlia, che è fuggita negli Usa con la famiglia, si è appellata al presidente Obama: «La prego, chieda al presidente cinese Hu Jintao di svelare a questa figlia dove si trovi suo padre» . Amnesty ora gira la richiesta a Pechino: per Zhisheng ma anche per tutti gli altri avvocati cui non è consentito fare il proprio mestiere. «I governi occidentali dovrebbero appoggiarci — spiega Baber— e dire chiaramente alla Cina che questa situazione è inaccettabile. Europei non battetevi solo per Ai Weiwei! Lui è la punta dell’iceberg» .


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