Europa, addio caro vecchio welfare

 Ultimo in ordine di apparizione ma non certo per nitidezza di analisi, anche il «Rapporto sui diritti globali 2011» certifica, numero dopo numero, la macelleria sociale portata avanti dal governo Berlusconi nei suoi tre anni di quotidiano, certosino lavoro ai fianchi di quanto restava del welfare italiano. Al tempo stesso, alzando lo sguardo alla dimensione europea che del welfare è stata portabandiera nei primi trent’anni del secondo dopoguerra, la nona edizione del Rapporto ribadisce la sproporzione record tra la finanza globale e l’economia reale. Con quel che ne consegue in tema di ricadute, anche e soprattutto sociali.
I numeri raccontanto che nel 2008 il mercato dei derivati conosceva una dimensione di 668mila miliardi di dollari, mentre la filiera della finanza più tradizionale copriva un mercato di 167mila miliardi di dollari, e il pil mondiale non arrivava a 61mila miliardi di dollari. In altre parole, il rapporto tra finanze ed economia reale era di 14 a 1. E l’andazzo, nonostante la crisi finanziaria, non è cambiato. Anzi. Fra le conseguenze, annota il Rapporto curato da Sergio Segio e pubblicato dalla Ediesse, casa editrice della Cgil, il fatto che nella partita ci siano due canoni arbitrali, a vantaggio degli stati più grandi. Quelli troppo grandi per fallire, come gli Usa che viaggiano con un debito pubblico oltre i 20mila miliardi di dollari. «Superiore, nel rapporto con il pil, a quello dell’Italia. E il deficit è più alto di quello della Grecia. Ma nessuno ha ovviamente chiesto agli Stati Uniti di rientrare». In questo già  patologico contesto globale, il Rapporto promosso dal sindacato di Corso Italia insieme ad Arci, Antigone, ActionAid, Legambiente e Gruppo Abele segnala poi che, nella dimensione europea, la crisi sta spingendo le varie nazioni del continente ad archiviare i loro, pur variegati, modelli di welfare. «Con la crisi, gli stati europei stanno semplicemente cercando di liberarsi degli oneri derivanti dalla protezione degli strati sociali più deboli, e dal mantenimento di una serie di servizi pubblici a suo tempo considerati essenziali».
Va da sé che, in questa particolare classifica, l’ex belpaese sia nelle posizioni di vertice. Per precisa strategia politica dell’attuale governo, che almeno fino ad oggi si è unita come una tenaglia ai richiami dell’Ue in tema di debito pubblico. Il risultato è che dal 2008 al 2011 i dieci principali ambiti di investimento sociale hanno avuto tagli complessivi pari al 78,7%, passando da 2.527 milioni di euro stanziati nel 2008 ai 538 milioni della legge di stabilità  2011. Più in dettaglio, nel Fondo per le politiche sociali per il 2010 sono stati stanziati 435 milioni complessivi; nel 2009 erano stati 584, nel 2011 saranno 273,8 milioni, 69 milioni nel 2012, e 44 nel 2013. E ancora: il Fondo per la famiglia nel 2008 è stato di 346,5 milioni, nel 2010 di 185,3 milioni, e quest’anno si taglia del 71,3%, con appena 52,5 milioni di euro. Stesso discorso per gli altri fondi del welfare: da quello per infanzia e adolescenza a quello per i non autosufficienti, dal fondo per il sostegno all’affito e quello per le pari opportunità . Mentre quello per l’inclusione sociale degli immigrati è sparito già  da anni.
Sergio Segio tira le somme: «I costi della crisi sono ricaduti sul sistema di protezione, sugli operai, sulle famiglie. Siamo in una stagione di macelleria sociale, portata avanti dal governo con tagli del 78,7% al welfare. Eppure i soldi ci sono, il problema sono le scelte: abbiamo speso in dieci anni un miliardo di euro per Cpt e Cie». In ultimo Segio ricorda: «L’Italia ha un livello di disoccupazione giovanile del 29%, uguale a quello della Tunisia dove è scoppiata la primavera del Nordafrica». E le possibile toppe? Susanna Camusso pensa al nostro sesto posto nell’Ocse per disuguaglianza sociale, e osserva: «Sono necessari investimenti, molta redistribuzione del reddito diminuendo la tassazione sul lavoro e sulle imprese, e aumentandola su finanza e grandi ricchezze». Mentre Rifondazione guarda anche all’Europa. «I tagli al sociale esemplificano un’ottica privatistica di welfare residuale e caritatevole. Sono politiche da contrastare mandando a casa questo governo. Ma anche mettendo in discussione il nuovo Patto di stabilità  europeo, che rischia di distruggere definitivamente i residui livelli di protezione».


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