Hollywood vuole Assange. Caccia ai diritti per un film

LONDRA – I giornali di mezzo mondo hanno fatto a gara per pubblicarne le rivelazioni. Ora le più grandi case produttrici di Hollywood competono per assicurarsi i diritti sulla sua storia. Da Wikileaks a “wikifilm”, anzi wikifilms, al plurale, perché sono ben cinque i progetti di portare sul grande schermo la vicenda del sito che ha rivelato i segreti di tutte le guerre e del suo fondatore Julian Assange, personaggio enigmatico, che sembra fatto apposta per il cinema, primula rossa del web per alcuni, tirannico e stupratore per altri. Intanto il dramma sta per tornare sul palcoscenico della realtà , perché il 12 luglio comincia il processo di appello per l’estradizione di Assange in Svezia, dove è accusato di violenze sessuali contro due donne, e c’è già  un colpo di scena: l’imputato ha cambiato il team difensivo che lo aveva rappresentato nel processo di primo grado, assumendo due avvocati ancora più famosi, due autentiche stelle dei tribunali. Una dei quali è stata interpretata da Emma Thompson in “Nel nome del padre”, un film del 1994 su quattro persone ingiustamente accusate di terrorismo, da lei fatte liberare.

Il cinema si intreccia dunque con la vita, ed è probabile che Hollywood voglia attendere la conclusione del processo ad Assange, prima di dare la sua versione dei fatti. È però già  scattata la corsa ai diritti d’autore, che vede in pista case di produzione come la DreamWorks, la Universal Pictures, Hbo e la Bbc. La DreamWorks punta sul Guardian, il quotidiano londinese che ha pubblicato gran parte dei documenti segreti di Wikileaks: comprando i diritti del libro scritto da due suoi giornalisti e concludendo accordi con il direttore del giornale, Alan Rusbridger, che ha avuto numerosi contatti personali con Assange, fornendone un ritratto non del tutto positivo, tanto che a un certo punto Wikileaks ha interrotto i suoi rapporti con il Guardian.
Un altro produttore, Managment 360, insieme allo sceneggiatore Mark Boal, che ha vinto un Oscar con il film “The hurt locker”, ha invece acquisito i diritti su un articolo scritto da Bill Keller, direttore del New York Times, anche lui a lungo a contatto con Assange, anche lui ambivalente nei giudizi sull’uomo (ma non altrettanto su Wikileaks), come raccontò in un lungo articolo per l’inserto illustrato domenicale del suo giornale. Sia Keller che il New York Times saranno pagati per la collaborazione con il film. La Hbo, maggiore canale via cavo degli Stati Uniti, ha invece preso i diritti, insieme alla Bbc, di un articolo del settimanale New Yorker su Assange e Wikileaks: il regista Charles Ferguson, vincitore di un Oscar per il documentario “Inside job”, dovrebbe dirigere il film.
Come modello, tutti guardano a “Social network”, il film dello scorso anno su Facebook e sulla battaglia legale tra i suoi fondatori. E a proposito di battaglie legali, fra un paio di settimane riprende a Londra quella sull’estradizione di Assange. Il processo di primo grado ha stabilito che il fondatore di Wikileaks deve andare in Svezia per rispondere delle accuse di stupro. Assange ha fatto appello, ma al posto di Mark Stephens e Geoffrey Robertson, gli avvocati che lo hanno difeso in primo grado, ha assunto Gareth Peirce e Ben Emmerson. La Peirce è famosa per la difesa dei “quattro di Guildford”, dal nome della località  del pub che gli imputati erano accusati di avere fatto saltare in aria. Emmerson è uno specialista in diritti umani, che ha difeso tra gli altri l’ex-primo ministro del Kossovo, Ramush Haradinaj, al tribunale internazionale dell’Aia.

 


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