L’insalata del vicino è sempre la migliore

by Editore | 13 Giugno 2011 6:22

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Così, tre giorni fa, il direttore del farmers’ market di Union Square a New York commentava i fatti europei relativi alla diffusione del batterio E. Coli. Questa storia di psicosi collettiva ci insegna quanto possano essere irrazionali le paure e quanto un sistema come quello attuale, che dovrebbe essere il massimo dell’avanguardia in tema di sicurezza alimentare, in realtà  abbia l’effetto collaterale di fomentarle, perché in casi di emergenza rivela tutta la sua debolezza. Sono paure che si rivelano sempre in grande parte eccessive, con il torto di mettere alla gogna interi settori produttivi senza colpe. Pensiamo soltanto ai cetrioli, il cui mercato è crollato in tutta Europa dopo il primo allarme che li metteva al centro del focolaio infettivo senza che lo fossero mai stati. I produttori e i distributori di verdura del nostro continente stanno registrando milioni di euro di perdite, molte aziende rischiano il tracollo finanziario: pensate a cosa vuol dire mantenere tonnellate di prodotti freschi in magazzino, a marcire invenduti. Parliamo di cibo in piena stagione e non di scarpe o bulloni: c’è un limite alla sua possibilità  di stare fermo in attesa che le previsioni di mercato si rasserenino. E magari, adesso che i maggiori indiziati sembrano dei germogli di soia tedeschi da produzione biologica, toccherà  al grande e importante settore del biologico sentirsi ingiustamente nel mirino. Qualcuno, animato di malafede, coglierà  sicuramente l’occasione per criticare le sue tecniche agricole più rispettose dei terreni e della natura, senza che abbiano alcun legame con la diffusione di un batterio che avviene per altri motivi, dall’esterno.

Stiamo per caso pensando di rinunciare a mangiare verdura nella sua stagione migliore? Il buon senso suggerirebbe che è una cosa da pazzi, perché è sufficiente lavare bene le verdure prima di consumarle e non si correrà  nessun rischio. Ma la paura, si sa, è contro il buon senso. Anche se a volte può avere l’effetto paradossale di riportare le cose in un ambito più logico. Oggi in tutta Europa chi vende verdure, dal grande distributore al più piccolo mercataro, sta apponendo cartelli ed etichette per evidenziare la provenienza nazionale del prodotto. La prematura, frettolosa e terrorizzata chiusura delle frontiere a molte derrate agricole, infatti, ha avuto anche l’effetto di ri-nazionalizzare e ri-localizzare a livello regionale i consumi alimentari. Un ritorno al passato, dicono in molti. Un ritorno alle origini che però ci fa quanto meno stare più tranquilli e intanto ci suggerisce molto sul sistema attuale di produzione e distribuzione del cibo su scale giganti, come quelle continentali o globali. È esattamente quello che diceva il direttore del farmers’ market: se si conosce bene la provenienza del cibo, fino alle mani che lo hanno coltivato, si può capire subito se quelle mani hanno causato qualche problema, e si può porre rimedio in fretta. Nel turbinare mondiale di prodotti alimentari invece, oggi ci si mette quasi un mese a capire da dove proviene una partita contaminata, e dove è andata a finire. Lo si capisce quando è già  stata mangiata da tempo, senza nessuna consapevolezza, grazie a un modo di fare e di trattare il cibo che ha dimenticato completamente le regole di buon senso, abbandonandoci nell’incertezza. E nell’incertezza è quasi automatico avere paura, paura senza senso.

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