Modello cinese

by Editore | 14 Giugno 2011 6:14

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GUANGZHOU (CINA) – Gaungzhou (Canton), capoluogo della provincia più meridionale della Cina (il Guangdong), è il centro dell’industria cinese della prima fase della modernizzazione post-maoista. In essa convivono dimensioni sociali ed economiche parallele, apparentemente lontane, ma che sono la caratteristica principale del paese: dalle (mega) aree urbane industrializzate fino ai villaggi che crescono a ridosso delle fabbriche, dalle aree rurali fino alle enclave periferiche non ancora coinvolte dalla speculazione edilizia.
A Canton convivono a poche centinaia di metri sfavillanti strade del consumo di massa e maleodoranti quanto affascinanti strade del vecchio centro cittadino basate su piccoli commerci e produzioni artigianali o di carattere industriale. Vero è che anche nel centro cittadino, oltre alle centinaia di migliaia di piccoli negozi che sostengono un’attività  di mera sopravvivenza, si trovano svariate migliaia di piccolissime attività  produttive, dagli orafi alle cucitrici di abiti di bassa fattura, insieme con i tornitori e i fresatori che lavorano all’interno di locali poco più ampi di un garage, oppure talvolta direttamente nei marciapiedi.
Le aziende italiane nel Guandong
Nel Guangdong si concentrano i maggiori investimenti industriali italiani, molti dei quali datano l’inizio degli anni Novanta. Si tratta di circa duecento tra imprese e uffici di rappresentanza, che non contemplano quanti qui vi operano semplicemente attraverso l’affidamento della produzione a contoterzisti locali. Sono presenti grandi aziende come Luxottica, Candy, Magneti Marelli e Piaggio, solo per citarne alcune, e altre meno note come la Vibram che qui ha però aperto anche un centro di ricerca di suole in gomma per calzature, e altre più piccole che operano nella produzione di impianti e macchinari per il settore della ceramica o delle scarpe. Non esiste una specializzazione produttiva delle imprese italiane, mentre maggiore concentrazione vi è nell’import-export: nel 2009 i beni strumentali quali macchine e attrezzature meccaniche e macchine e apparecchiature elettriche, insieme a pelli e cuoio hanno costituito quasi il 60% dell’import italiano; allo stesso modo le esportazioni da questa provincia verso l’Italia si sono concentrate negli stessi comparti con un peso di poco superiore al 50% (Ice, Profilo economico della Provincia del Guandong, maggio 2010). Semilavorati e componenti verso il Guangdong e prodotti finiti verso l’Italia. Alcune aziende hanno però cominciato a produrre interamente qui beni strumentali e finiti che sono poi riesportati in Italia o nei mercati in cui si è direttamente presenti (spesso la stessa Asia, ma anche l’America Latina). Ma è la Cina stessa il mercato cui le imprese italiane fanno sempre più riferimento.
Le condizioni di lavoro nelle aziende italiane metal meccaniche del Guangdong sono state di recente indagate attraverso una preziosa indagine dell’Institute of Contemporary Observation di Schenzhen in collaborazione con la Fim Cisl (marzo 2011). Dalla ricerca emerge un quadro piuttosto variegato in cui si riscontrano spesso lunghi orari di lavoro, scarsa presenza del sindacato (e della sua capacità  di contrattazione), bassi salari, anche se in alcuni casi quelli d’ingresso sono sopra la soglia fissata per legge, e sanzioni pecuniarie per violazione della normativa interna alla fabbrica.
L’espansione dell’edilizia
Per quanto questa provincia sia stata quella che per prima ha sperimentato le cosiddette Zone Economiche Speciali (introdotte nel 1979), come a Shenzhen, lo sviluppo industriale ha finito per coinvolgere tutte le città  che costeggiano il delta del fiume delle perle, quindi oltre a Canton altre molto significative come Foshan e Dongguann.
Sebbene il settore industriale conti ancora per la metà  del valore aggiunto prodotto a livello provinciale, i processi di terziarizzazione dell’economia sono piuttosto evidenti. Lo sviluppo del terziario non riguarda solo l’incremento del commercio urbano, ma anche le attività  di servizio a sostengo delle imprese e il settore finanziario più in generale. Non è un caso che il progetto sia quello di una Canton molto più simile a Hong Kong, quindi sempre più centro finanziario e commerciale della provincia.
In questo sviluppo del terziario, l’altro aspetto poi rilevante determinato anche dalla crescita della popolazione è quello dell’edilizia. In tutta la Cina sono 40 milioni i lavoratori edili occupati nella costruzione di edifici residenziali (quasi sempre grattacieli), strade e metropolitane; uno sviluppo infrastrutturale cui è connesso un mercato del lavoro in grado di assorbire consistenti flussi di forza lavoro, parallelamente al settore industriale. Nello sviluppo terziario della città  s’inserisce anche la recente costruzione di un campus universitario, facilmente raggiungibile con una delle otto linee della metropolitana, anche queste costruite negli ultimi anni. Il campus ospita circa 200 mila persone tra studenti, docenti e lavoratori che soddisfano le esigenze più varie. La sua costruzione ha richiesto solo 4-5 anni e il ricordo dell’espropriazione violenta delle aree in cui insisteva una popolazione dedita all’agricoltura e alla pesca è ancora nitido tra la popolazione. Deportata una parte di questa, quanti hanno resistito vivono oggi in quattro villaggi, recentemente recintati con alte palizzate d’acciaio per nasconderli agli occhi dei visitatori qui accorsi per i Giochi asiatici. Proprio nei villaggi, nel frattempo, si sono sviluppate attività  commerciali atte a soddisfare i bisogni degli studenti che hanno attratto anche immigrati da altre aree del paese.
Nuova forza lavoro migrante
La nuova generazione di giovani migranti è ben diversa da quella che è emigrata negli anni Ottanta e Novanta. Con livelli d’istruzione più elevati, scarso senso di responsabilità  familiare, attratti dalla vita urbana e alla ricerca dell’autonomia personale, essi sono decisamente più conflittuali e non hanno alcuna intenzione di ritornare nelle campagne da cui provengono. In effetti, non c’è manager o autorità  che abbia sottovalutato gli scioperi dell’anno scorso, in particolare quelli alla Honda e alla Foxconn, che hanno contribuito ai nuovi incrementi salariali dei primi mesi di quest’anno. Il salario minimo in ampie parti della provincia del Guangdong è il più elevato in Cina, quasi 150 euro. Nelle grandi fabbriche la media delle retribuzioni è di poco superiore per gli operai, perché il salario di ingresso pagato è leggermente maggiore e per via degli straordinari che qui sono la norma, mentre ingegneri e altre figure tecniche possono arrivare anche a 500, 600 euro mensili. Nelle aziende di minori dimensioni di proprietà  cinese i livelli retributivi sono inferiori.
Il turnover lavorativo non sembra declinare neppure dopo un ventennio di socializzazione al lavoro industriale e gli operai/e mostrano maggiore fidelizzazione agli alti salari che alle aziende.
La carenza di manodopera rivolta al settore industriale è tuttavia il dato che più si sta evidenziando, complici anche un vorticoso turnover lavorativo e salari che, nonostante i recenti aumenti, rimangono particolarmente bassi. Non a caso per contrastare queste tendenze, e l’aumento degli scioperi, molte imprese hanno cominciato a rilocalizzare gli investimenti industriali in altre province dell’interno. Proprio la Foxconn ha investito nelle aree interne dove il salario minimo è inferiore fino al 40% a quello percepito nell’area del Guangdong. A questo vanno aggiunti i risparmi sui costi dei terreni e degli affitti, oltre a qualche incentivo fiscale concesso dai governi delle province interne. Ma occorre fare i conti con una logistica non sempre efficiente e capacità  lavorative non sempre adeguate.
Consumismo dal basso e conflitto
Lo sviluppo economico sta determinando una forte crescita dei consumi per una parte relativamente ristretta della popolazione, non solo i nuovi ricchi ma più spesso impiegati e dipendenti del settore terziario, mentre le capacità  di spesa della giovane classe operaia rimangono limitate. I bassi salari sono così necessari non solo a soddisfare i consumi dei mercati occidentali ma anche quelli dei ceti abbienti della nuova Cina. Contro questa prospettiva e per spuntare migliori condizioni di lavoro in termini di carichi e orari sono più frequenti scioperi e mobilitazioni in tutto il paese.

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