Pechino scarcera Ai Weiwei “Sono a casa, sto bene”

PECHINO – L’architetto dissidente Ai Weiwei è stato liberato ieri su cauzione dalla polizia di Pechino. La notizia è stata diffusa dopo le dieci di sera locali dall’agenzia di Stato Xinhua con una nota di poche righe. L’assistente del famoso artista, in un messaggio su Twitter, ha comunicato che Ai Weiwei ha raggiunto il suo studio alla periferia di Pechino e che appare dimagrito ma in buone condizioni. Secondo le autorità , avrebbe confessato una maxi-evasione fiscale e si sarebbe offerto di rimborsare le tasse non pagate. L’agenzia di stampa ha dichiarato che Ai Weiwei, dal 3 aprile detenuto in una località  segreta, è stato scarcerato anche a causa delle sue precarie condizioni di salute. «Sto bene – ha dichiarato Ai Weiwei alla Bild, sono di nuovo a casa e sono libero, ma non posso parlare». Il dissidente, 53 anni, soffre di una grave forma di diabete e deve assumere farmaci per la pressione. La Xinhua ha reso noto che l’improvvisa liberazione è dovuta «alla buona condotta dimostrata con la confessione dei crimini». A tarda ora la sorella Gao Ge e la moglie Lu Qing hanno detto di aver appreso la notizia dalla stampa. L’archistar, nota nel mondo per il progetto dello stadio olimpico “Nido d’Uccello” e per le sue provocatorie installazioni politiche, era stata arrestata nell’aeroporto di Pechino, mentre stava salendo su un volo per Hong Kong. Fino al 21 maggio è rimasta all’oscuro delle accuse. La polizia gli aveva infine contestato l’evasione fiscale, commessa dalla società  controllata Beijing Fake Cultural Development, la distruzione di documenti contabili e la diffusione di materiale pornografico. Reati che in Cina possono costare da 7 a 14 anni di carcere, ma che famigliari e avvocati del dissidente hanno sempre negato. «Nemmeno ora – ha dichiarato ieri sera il legale Liu Xiaoyuan – capisco come sia possibile che un innocente confessi crimini che non può aver commesso». 
L’arresto di Ai Weiwei fuori dalla Cina aveva suscitato grande impressione, innescando proteste e richieste di rilascio da parte della comunità  internazionale, del popolo di Internet e delle istituzioni culturali e artistiche di tutto il mondo. Manifestazioni, petizioni e mostre cancellate hanno scosso Europa e Usa. Il clamoroso arresto era giunto al termine di mesi di minacce. L’autunno scorso le autorità  avevano demolito lo studio di Ai Weiwei a Shanghai. Nel 2009 era stato pestato dalla polizia in un albergo di Chengdu, dove si trovava per testimoniare al processo sul crollo-scandalo delle scuole durante il terremoto nel Sichuan. Si era salvato grazie ad un intervento chirurgico in Germania, ma le sue denunce sulla «deriva autoritaria di un regime che ha tradito il marxismo» lo avevano posto nel mirino del governo. 
Il clamore attorno all’arresto e al misterioso rilascio non è dovuto solo alla fama di Ai Weiwei. Figlio del poeta Ai Qing, perseguitato e riabilitato dopo la morte di Mao, è divenuto uno degli ultimi simboli del dissenso cinese ancora nelle condizioni di comunicare con l’esterno. Il 3 aprile era stato catturato proprio all’apice delle tensioni innescate dal rischio di una presunta “rivolta dei gelsomini” e nel pieno della più dura ondata di repressione dopo il 1989. Duecento gli arresti e le sparizioni di dissidenti in pochi mesi, ritorsione dopo il Nobel per la pace di ottobre allo scrittore detenuto Liu Xiabo. Pechino, con una inconsueta scelta distensiva, ha infine optato per liberare Ai Weiwei: resta da capire perché realmente non è più tra gli scomparsi del regime.


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