Peràº, regione del Puno. La sfida

 Il progetto, in cui l’azienda canadese ha investito 25 milioni di dollari di dollari, prevede l’estrazione a cielo aperto di almeno 130 tonnellate annue d’argento annuali, oltre a piombo e zinco. Il giacimento avrà  una vita utile di una dozzina d’anni, mentre i residui e reflui tossici risultati dall’attività  di estrazione lasceranno alle diciotto comunità  indigene aymara e quechua, circostanti un inquinamento duraturo, lo scempio del paesaggio e la contaminazione dei fiumi nel distretto di Huacullani – nelle cui acque la popolazione locale pesca e da cui attinge acqua potabile – e del lago Titicaca.
La protesta era esplosa in maggio: venti giorni di marce, picchetti, blocchi stradali, e momenti di alta tensione come quando il 26 maggio una marcia ha attaccato uffici statali, banche e negozi a Puno, il capoluogo provinciale, mentre più di diecimila Aymara hanno chiuso tutti gli accessi alla città  e bloccato anche la frontiera boliviana, al ponte internazionale di Desaguadero, con perdite finanziare stimate finora a circa 40 milioni di dollari per gli esportatori boliviani. Poi era subentrata una sorta di tregua elettorale (il Perù ha votato il 5 giugno per le presidenziali). Ora la protesta riprende. Il «Frente de Defensa» chiede che che le attività  minerarie siano bloccate – e non solo per un anno in attesa di verifiche, come contempla un accordo firmato la scorsa settimana da alcuni gruppi dell’ampia coalizione di abitanti delle montagne del Perù meridionale. Sostengono che non basta un accordo fra i proprietari dei terreni interessati e l’impresa estrattrice, perché il progerro minerario riguarda tutti gli abitanti della regione, che subiranno le implicazioni ambientali e sociali del «cambiamento di uso» del territorio. «Non negozieremo», diceva Walter Aduviri, dirigente del «Frente de Defensa»: «l’unica possibilità  per questa impresa mineraria è di ritirarsi dalle nostre regioni e andarsene».
La determinazione delle comunità  aymara y quechua allarma le autorità  locali, che forse ricordano la protesta contro la requisizione di terre agricole per estrarre petrolio e minerali scoppiata l’anno scorso a Bagua, nella regione amazzonica, conclusa tragicamente con la morte di oltre 30 persone, di cui 23 agenti delle forze dell’ordine. O quella contro il progetto di miniere di rame Tia Maria, della statunitense Southern Copper nella vicina provincia di Arequipa, sospeso in marzo dopo violenti scontri.
Il fatto è che nella sola provincia di Puno la superfice della concessioni minerarie è quasi triplicata tra il 2002 e il 2010, raggiungendo 1,6 milioni di ettari. Il Perù è uno dei grandi esportatori di oro, argento e rame (le miniere contano per il 68% dei suoi redditi da export) e diverse compagnie minerarie hanno in cantiere oltre 40 miliardi di dollari di investimenti nei prossimi 10 anni. Il presidente Humala ha detto, in campagna elettorale, di voler negoziare con le compagnie royalties più alte. Ma tornerà  forse in gioco la legge approvata dal parlamento (e rigettata dal presidente uscente Alan Garcia), che impone la consultazione previa delle comunità  indigene prima di approvare ogni progetto estrattivo o di uso delle risorse naturali: qualche governo provinciale ha già  cominciato a farlo.


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