Se Pechino assedia l’Europa

Un tempo fu l’Europa a colonizzare alcune aree della Cina. Oggi è la Cina a colonizzare diverse zone del vecchio continente. A livello informale, naturalmente, e in modo di gran lunga più educato rispetto al passato. L’ascesa della Cina mette in luce, e allo stesso tempo sfrutta, il relativo declino europeo.

Il primo ministro cinese Wen Jiabao è arrivato in Europa per visitare la Germania, la Gran Bretagna e l’Ungheria. Ma perché proprio l’Ungheria? In parte perché Budapest detiene, fino al primo luglio, la presidenza di turno dell’Ue, ma anche perché in quel paese Pechino ha grossi investimenti, che spera di poter ulteriormente potenziare. Come del resto sta facendo anche in altre nazioni dell’Europa sudorientale e meridionale. Secondo uno studio che il Consiglio europeo per le relazioni estere (Ecfr) pubblicherà  a breve, il 40 per cento degli investimenti cinesi nell’Ue si concentra in Portogallo, Spagna, Italia, Grecia ed Europa orientale.

Perché questo grande interesse da parte di Pechino per la periferia d’Europa? Innanzitutto perché vi si possono fare investimenti redditizi e invitanti, e poi perché queste economie periferiche, e relativamente piccole, costituiscono un facile ingresso nel mercato unico europeo, formato da 500 milioni di consumatori. Il mercato dell’Ue è molto più aperto agli investitori cinesi di quanto quello cinese lo sia per gli europei.

Investire in questi paesi, oltretutto, ha anche un effetto politico positivo: non occorre essere cinici per sostenere che Pechino si sta costruendo una sorta di lobby cinese all’interno dei centri decisionali dell’Ue, quelle istituzioni al cui interno – almeno in linea teorica – gli stati più piccoli contano come quelli più grandi.

La Cina custodisce le più ingenti riserve straniere al mondo (stimate oggi intorno ai tremila miliardi di euro), e potrebbe quindi acquisire  senza pensarci due volte la  metà  degli asset pubblici greci in via di privatizzazione. A questo punto si potrebbe pensare che i greci farebbero bene a  diffidare delle offerte cinesi. Ma è anche vero che chi è in stato di necessità  non può permettersi di andare troppo per il sottile. Il concetto è ben sintetizzato dalle squisite e cordiali parole utilizzate da un illustre geostratega cinese che, rivolgendosi a uno degli autori dello studio dell’Ecfr di imminente pubblicazione, ha detto: “A voi i nostri soldi servono!”

Cerchiamo però di non essere  troppo paranoici su questo punto: se crediamo nel libero commercio e nel libero mercato, dobbiamo praticare ciò che predichiamo. Una cosa è certa, in ogni caso: la potenza economica della Cina è già  penetrata a fondo in Europa, e la sua penetrazione si sta trasformando in influenza politica.

Alcuni dei vicini asiatici della Cina hanno già  sperimentato quanto sia inarrestabile l’ascesa di Pechino. In Europa c’è ancora chi sogna un mondo postmoderno di sovranità  condivisa, nel quale l’Ue diventi un modello di governance globale. Ma in Asia l’assetto  geopolitico odierno somiglia sempre più a quello dell’Europa della fine del XIX secolo, più che del XX. Irrequiete potenze sovrane gareggiano per la supremazia, si muniscono di flotte ed eserciti, litigano per il controllo di territori (per esempio il Kashmir) e mari. Gli interessi e le passioni nazionali hanno di gran lunga il sopravvento sull’interdipendenza economica.

Oltre all’aspetto economico e militare, si deve tener conto anche di una terza dimensione della potenza cinese: quella politico-culturale, altresì detta soft power.  Yan Xuetong, uno dei più importanti esperti di relazioni internazionali del paese, ha appena pubblicato un nuovo, affascinante libro, intitolato Ancient Chinese Thought, Modern Chinese Power (L’antico pensiero cinese, la moderna potenza cinese), nel quale indaga gli insegnamenti del pensiero politico del periodo pre-Qin, cioè  prima del 221 avanti Cristo, per applicarli all’odierno ruolo della Cina nel mondo.

Yan sostiene che negli antichi intellettuali si possono individuare due contrastanti idee di stato-potenza: quella basata sull’egemonia e quella che deriva da ciò che gli antichi cinesi chiamavano “autorità  antropica”. Con quest’ultima definizione si allude a quella saggezza, a quella virtù ea quella predisposizione degli uomini al governo che esercitano la loro forza di attrazione verso popolazioni diverse, propagandosi al di là  delle frontiere nazionali.

Anche se non sembra essere del tutto contrario alla pura e semplice egemonia, Yan sostiene che la Cina dovrebbe aspirare a questo secondo modello, ben più ambizioso, di potere politico. Per farlo deve, tra le altre cose, procedere a “un rinnovamento continuo del sistema politico”. Benché il suo modo di esprimersi sia su questo punto alquanto criptico, Yan propone che la “Cina si faccia promotrice di vari principi, tra cui quello della democrazia”.

Dobbiamo ammetterlo: la Cina del 2011 è ben lungi da una simile “autorità  antropica”. A cominciare dal grande riformista Deng Xiaoping, Pechino può sicuramente rivendicare il fatto di aver strappato dalla povertà  centinaia di milioni di persone. Agli occhi dei paesi in via di sviluppo del pianeta, il suo capitalismo di stato è un’alternativa al modello del capitalismo liberale, oggi indebolito dalla crisi. In Wen Jiabao, il premier che sta visitando l’Europa in questi giorni, la Cina ha un leader attento e, in patria, aperto alle discussioni con una gioventù sempre più critica verso alcune questioni che da sempre sono   particolarmente rilevanti per gli osservatori stranieri.

Negli ultimi due anni, tuttavia, il Partito comunista cinese, preoccupato per la transizione della leadership prevista per il 2012, ha fatto marcia indietro su questi temi. Lo si vede chiaramente dal trattamento riservato alle minoranze etniche o dall’incarcerazione dell’artista Ai Weiwei. Pechino ha reagito con ansia al fantasma della primavera araba, molto  più di quanto gli osservatori abbiano creduto.

Nessuno di questi tre aspetti del potere cinese – quello economico, quello militare e quello politico – può essere disgiunto dagli altri. E tutti sono in evoluzione. Quel rapporto di amicizia critica che David Cameron e Angela Merkel desiderano avere con Wen è più che auspicabile. Ma l’amara verità  è che l’influenza estera sullo sviluppo di questa superpotenza emergente sarà  limitata. Per questo oggi non possiamo che sistemare le cose a casa nostra, seguire attentamente gli eventi e sperare. (Anna Bissanti)


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