Tepco, i guai non finiscono mai

TOKYO – Doveva essere l’inizio di una nuova fase positiva. Al punto che la Tepco aveva messo in standby un pugno di fidati media locali. Se tutto fosse andato bene, oggi avremmo delle splendide immagini della centrale «in via di normalizzazione». E invece no. Siamo di nuovo in emergenza. Radiazioni di nuovo alle stelle, nella centrale di Fukushima, dove ieri, come da «contratto», l’Areva, la società  pubblica francese che ha vinto (assieme ad una ditta americana, la Kanron e alla giapponese Hitachi) il ricco appalto per il trattamento dell’acqua radioattiva, aveva incominciato, suo malgrado, la delicata e complicata operazione di decontaminazione dell’acqua.
Colpa della Tepco, sostiene una fonte interna dell’Areva, che trovandosi (letteralmente) con l’acqua alla gola ha insistito per partire con un’operazione che non era stata ancora sufficientemente collaudata. I tecnici dell’Areva, che avranno pure un po’ di spocchia ma sono tra i pochi che sin dall’inizio della crisi azzeccano le analisi e indicano la retta via, l’avevano previsto. Troppo presto. La fase di collaudo, iniziata nei giorni scorsi con acqua dolce, aveva denunciato qualche problema ed era stata comunque troppo breve. E dopo aver notato, durante le prove generali dei giorni scorsi, che il sistema non funzionava, l’Areva aveva ripetutamente chiesto alla Tepco di rimandare l’inizio dell’operazione.
Niente da fare. La Tepco, che finora ha fatto di testa sua, ora sembra terrorizzata all’idea di sgarrare sui tempi indicati nel piano di «normalizzazione» concordato con il governo, dal rispetto del quale dipendono i finanziamenti promessi e il futuro non solo degli attuali dirigenti, ma probabilmente della stessa azienda. Fatto sta che alle ore 20:00 locali (di venerdì) il trattamento dell’acqua contaminata – che per ora ammonta a 110 mila tonnellate, pronte a tracimare in ogni momento – viene formalmente iniziato. Ma dopo poco più di 4 ore è stato interrotto.
Ufficialmente si parla, in generale, di aumento delle radiazioni, senza specificare dove, come e perché. Secondo una fonte interna all’Areva, tuttavia, pare che il problema si sia verificato nel filtro per il cesio, dove a un certo punto la radioattività  è salita a 4 millisievert l’ora. La fonte Areva tiene a precisare che non si tratta di un problema di sua competenza, ma tant’è, la Tepco non entra nei particolari e gli americani sono inavvicinabili. Non resta che aspettare, secondo le ultime notizie, il problema sarebbe stato già  risolto e già  da domani (oggi, per chi legge) le operazioni potrebbero essere riprese.
Nel frattempo, la Tepco ci informa di altre «buone» notizie: il trasferimento di acqua dal basamento dell’edificio 6 verso il deposito temporaneo, ad esempio, è terminato. È iniziato invece il trasferimento dell’acqua dal basamento dell’edificio turbine N° 3 verso la struttura per il trattamento dei rifiuti radioattivi. Infine, prosegue lo spruzzamento di resina inibente: attualmente si sono raggiunti i 7000 mq.
E allora, perché preoccuparsi? La «road map», spiegano quelli della Tepco, è in buona sostanza rispettata.
E invece da preoccuparsi ce n’è. E molto. Come la stessa Tepco ammette da più giorni – al punto da aver forzato l’Areva a cominciare un’operazione di cui non era convinta – ci sono oltre 110 mila tonnellate di acqua superradioattiva, l’equivalente di 40 piscine olimpiche, che entro dieci giorni cominceranno a tracimare e finiranno in mare. Per carità  è già  successo un paio di mesi fa, quando la TEPCO ottenne il permesso del governo (anzi del ministro dell’Industria Kaieda, che no l’aveva concordato con il resto del governo ) di scaricare tonnellate di veleno radioattivo in mare. Ma stavolta il governo è stato chiaro. Niente scarico in mare se l’acqua non viene prima decontaminata. Una parola. Se il meccanismo non funziona, l’acqua, in mare, ci finirà  egualmente. Siamo nella stagione delle piogge, le vasche, entro dieci giorni, cominceranno a tracimare.
Nel frattempo a Tokyo scoppia una polemica che ha per protagonista Nobuteru Ishihara, segretario generale del partito libersldemocratico, attualmente all’opposizione, e figlio del governatore xenofobo di Tokyo, Shintaro Ishihara, quello che odia i gay («a loro manca qualcosa») e che ha definito lo tsunami «un castigo divino», né più ne meno di «Radio Maria».
Parlando dei referendum in Italia, argomento che sta appassionando i media giapponesi, Ishihara ne ha attribuito l’esito a una sorta di «isteria di massa» che avrebbe colpito il popolo italiano. La cosa non è piaciuta a un gruppo di italiani, che ieri ha inviato una lettera di protesta ad Ishihara, pretendendo le scuse. Vedremo come va a finire. Nel frattempo, abbiamo scoperto che il giovane Ishihara, che potrebbe anche diventare premier, nei prossimi anni, è tra i fondatori di un gruppo «superpartes»di deputati, una trentina circa, che auspica la costruzione di centrali nucleari sotterranee. In caso di incidenti, si legge nella proposta di legge presentata alcuni anni fa, basta seppellire il tutto con una bella colata di cemento. La proposta è firmata da ben quattro ex premier: Hata, Hatoyama, Mori e Abe. E poi i pazzi saremmo noi.


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