Yemen, è giallo su Saleh: “Ferito al petto”

Il primo ministro Ali Mohammed Mujawar in fin di vita in Arabia Saudita, il presidente Ali Abdullah Saleh in condizioni serie, con un frammento di granata che lo avrebbe colpito vicino al cuore e ustioni sul viso e sul busto: il giorno dopo l’attacco alla moschea nel compound presidenziale nella capitale Sana’a il destino dello Yemen appare sempre più appeso a un filo.
Ieri per tutta la giornata si sono susseguite notizie confuse sulla sorte della leadership del Paese, mentre i militari della Guardia presidenziale tornavano ad attaccare la roccaforte di Hamid al Ahmar, il leader tribale schierato con l’opposizione che sarebbe il mandante dell’attacco di venerdì contro Saleh e i suoi. I contorni dell’operazione hanno cominciato a chiarirsi solo ieri: sette persone sarebbero state uccise, mentre cinque fedelissimi del presidente sarebbero stati feriti in modo grave. Ieri mattina elicotteri presidenziali li hanno trasferiti in Arabia Saudita per essere curati: per ore si è diffusa la voce che a bordo dei velivoli ci fosse lo stesso Saleh, ma in serata i media yemeniti sembravano propensi a smentire. Quel che è certo è che il presidente non sta bene: che un frammento di granata lo abbia colpito vicino al cuore – come sostiene la Bbc – o che le sue condizioni “non siano preoccupanti”, come dicono i suoi ministri, ieri non è stato in grado di apparire in video e ha parlato alla nazione tramite un audio messaggio, trasmesso dalla televisione sullo sfondo di una sua vecchia foto. Saleh, al potere da 33 anni e da cinque mesi sotto l’attacco congiunto della piazza yemenita e dei suoi rivali tribali Al Ahmar, ha accusato «bande criminali» per l’attacco contro il suo compound di venerdì, «gente – ha detto – che non ha nulla a che fare con la cosiddetta rivoluzione dei giovani e che vuole solo prendere il potere».
Afrah Nasser ha ascoltato il messaggio dalla Svezia, dove pochi giorni fa ha chiesto asilo politico. Ventitrè anni, giornalista, la più famosa blogger yemenita in questi giorni non può che seguire gli avvenimenti da lontano: una serie di minacce di morte – non le prime che riceve – e le parole degli amici lasciati a Sana’a l’hanno convinta a non tornare in patria dopo aver partecipato a un convegno, privando così la rivoluzione yemenita di una delle sue voci più importanti. «La realtà  – dice – è che quello che sta accadendo non ha più nulla a che fare con la rivoluzione pacifica che i giovani e le donne hanno iniziato a gennaio: è lo scontro fra due fazioni che si sono spartite il potere per 30 anni e oggi si combattono usando il nostro movimento come pretesto. Ci hanno rubato la rivoluzione e di fronte a queste armi noi non possiamo fare nulla». Nulla se non lanciare appelli: «Io vorrei – conclude la giovane – che gli Stati Uniti e l’Europa capissero che quello che sta accadendo a Sana’a è anche responsabilità  loro, perché per anni hanno ascoltato Saleh e nutrito il suo regime spaventati dal fantasma di Al Qaeda che agitava di fronte ai loro occhi. Lo Yemen vero è quello della gente che in questo momento non ha cibo, acqua e speranza: è ora di imporre al presidente di lasciare il paese, altrimenti il sangue continuerà  a scorrere».


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