Bossi: «In galera» Fallisce il tentativo del capo del governo

Occorreva fosse chiaro. Occorreva che «nessuno potesse mettersi a speculare» , come già  avevano incominciato a fare tanto il Pd quanto l’Italia dei Valori. E dunque, la posizione del Carroccio sulla richiesta di arresto del deputato Pdl Alfonso Papa è stata scolpita da due parole di Umberto Bossi in persona. Le più dirette e anche le più crude: «In galera» . Nessun richiamo a Franco Bracardi, la battuta del leader non voleva affatto essere ironica. L’astensione dei due deputati padani in Giunta per le autorizzazioni, Luca Paolini e Fulvio Follegot, stava infatti prendendo, per il Carroccio, una tripla brutta piega.
Primo spigolo, il più vistoso: la difesa a priori di Papa, con tutto quel po’ po’ di contestazioni da parte della magistratura, sarebbe stato arduo da spiegare a elettori e militanti già  disorientati. Secondo punto, se possibile ancora più rilevante: l’input per il via libera all’arresto di Papa era venuto, giovedì sera, nientemeno che da Umberto Bossi. Terzo aspetto, collegato ma niente affatto secondario: vietato anche soltanto pensare che il faccia a faccia tra il leader padano e Silvio Berlusconi— avvenuto nel primo pomeriggio — abbia potuto ammorbidire la posizione del Carroccio. Niente affatto: i tempi del «ci vediamo io e Silvio e troviamo la quadra» appartengono a una stagione che è, e deve anche apparire, conclusa. E dunque, era necessaria una sortita forte, e in prima persona.
Certo, il premier non rinuncia a prospettare a Bossi i foschi scenari che possono derivare da qualsiasi smagliatura nella maggioranza. E probabilmente lo ha fatto di nuovo anche ieri sera sul volo che ha riportato entrambi i leader a Milano. Ma senza trovare nell’alleato la sponda che avrebbe voluto: sull’argomento Papa, il dado è tratto. Attenzione: questo non inaugura un’era fatta di sì a tutte le richieste della magistratura. Per esempio, lo stesso Bossi ieri è stato assai più cauto sulle sorti di Marco Milanese: «Poi ci penseremo» . Il deputato ex finanziere è argomento per il Carroccio ben più sensibile, viste le possibili ricadute sul tuttora «amico Giulio» Tremonti. E in realtà , l’astensione dei due parlamentari padani sembra figlia più della confusione di ieri nella Giunta per le autorizzazioni che di chissà  quale intenzione.
L’opposizione accusa il Carroccio di ambiguità ? Il capogruppo alla Camera Marco Reguzzoni è categorico: «La verità  è sotto gli occhi di tutti. Se la Lega non si fosse astenuta, il via libera all’arresto non sarebbe mai passato» . Un fatto che il centrosinistra contesta. Ma, al di là  delle questioni procedurali, non sarebbe stato più limpido un sì senza troppi arzigogoli? «Non potevamo neanche votare una relazione come quella dell’Italia dei valori, così deliberatamente forzata» spiega Reguzzoni. Il problema, infatti, per la maggioranza è nato dalla decisione del presidente della Giunta, Pierluigi Castagnetti, di mettere ai voti una relazione di minoranza dopo che il Pdl aveva chiesto di rinviare ancora la decisione per poter esaminare i diversi metri cubi di documentazione spediti in giunta da Alfonso Papa.
 I due deputati padani avevano avuto rassicurazioni dal Pdl riguardo al rinvio della votazione: impossibile far approdare in aula la decisione senza un voto della Giunta per le autorizzazioni. Ma così non è stato, e i due padani si sono trovati spiazzati. O andarsene come il Pdl, o votare la relazione dell’Idv, o astenersi. La scelta— giurano quasi tutti i padani— è stata pressoché obbligata.


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