Dalai Lama, scontro Usa-Cina

NEW YORK – «È un atto di scandalosa interferenza negli affari interni della Cina, che ha offeso i sentimenti del popolo cinese e danneggiato le relazioni tra i due paesi», tuona il ministero degli Esteri di Pechino. Sono 44 minuti che pesano nelle relazioni Cina-Usa. Tanto è durato ieri l’incontro “galeotto” tra Barack Obama e il Dalai Lama. Il summit coincide con una fase delicata in cui “l’arma finanziaria” in mano al governo cinese dà  più peso alle sue proteste. Giovedì Pechino ha ammonito gli Stati Uniti a “tutelare gli investitori esteri”: ovvero la stessa banca centrale cinese che detiene 1.153 miliardi di dollari di buoni del Tesoro Usa. Il riferimento al ruolo della Repubblica Popolare come banchiere per l’America è esplicito nelle proteste di alcuni blogger cinesi nazionalisti. «Gli americani non hanno mai rispettato la Cina, è venuto il momento di vendere le nostre riserve in dollari per sferrare un colpo alla loro moneta», ha scritto il blogger Freemanchina8.
Il ministero degli Esteri cinese aveva intimato a Obama di «annullare immediatamente» l’incontro, non appena era trapelato l’annuncio nella notte fra venerdì e sabato. Obama in realtà  aveva adottato delle precauzioni. Niente stampa all’evento, che si è svolto in un contesto semi-privato: la sala delle mappe geografiche nella residenza del presidente, invece del più solenne Studio Ovale dove riceve capi di Stato e di governo stranieri. Al termine la Casa Bianca ha emesso un comunicato: «L’incontro sottolinea il sostegno vigoroso del presidente a favore del mantenimento dell’identità  religiosa, culturale e linguistica del Tibet e la tutela dei diritti umani per i tibetani». Secondo il Dalai Lama, «Obama ha naturalmente manifestato inquietudine sui valori umani fondamentali, i diritti dell’uomo, la libertà  religiosa. Ha espresso un’inquietudine sincera sulle sofferenze in Tibet e in altre zone».
Il precedente incontro tra Obama e il Dalai Lama risale al febbraio 2010. Anche allora Pechino aveva tuonato contro. Anche allora la Casa Bianca aveva mantenuto un profilo basso. E tuttavia a quell’epoca “l’incidente” non avveniva in un contesto teso come l’attuale, in cui la Repubblica Popolare segue con apprensione i segnali di un possibile declassamento della solvibilità  americana. «Gli Stati Uniti – ha detto il portavoce degli Esteri a Pechino, Hong Lei – devono restare fedeli al loro impegno di riconoscere che il Tibet fa parte della Cina, devono evitare di interferire nelle vicende interne del paese». Costretto alla fuga nel 1959, il Dalai Lama non rivendica la secessione bensì una forma di autonomia all’interno della Repubblica Popolare che preservi l’identità  culturale tibetana. Quest’anno il regime cinese celebra il 60esimo anniversario di quella che descrive come la “liberazione pacifica” del Tibet, ad opera dell’esercito di Mao Zedong.


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