Il record delle colf

Franca e Walter hanno tre figli. Vivono nel quartiere Alessandrino, periferia est della capitale. Casa in affitto. Walter fa il tipografo, Franca lavora saltuariamente in un asilo. In due portano a casa meno di 2.500 euro al mese. Dal 2009 hanno un aiuto: Victoria, moldava, impiegata come babysitter, cuoca e colf. Tutto in nero, solo così se la possono permettere. Come Franca e Walter, oggi sono due milioni 451mila le famiglie italiane che ricorrono stabilmente a un lavoratore domestico: il 27 per cento in più del 2003. Nessun lusso: è il boom del welfare fai da te.
Stando agli ultimissimi dati elaborati dal Censis per Repubblica, nel 2010 l’esercito di colf e badanti, dopo un trend crescente di dieci anni, ha raggiunto quota un milione e 554mila: oltre il 43 per cento in più del 2001 (quando erano un milione 84mila). Di questi, il 39,8 per cento lavora in nero.
Per chi prestano servizio?
Per circa due milioni e mezzo di famiglie: il 27 per cento in più di otto anni fa. Dal 2008, però, la crescita del numero di famiglie con colf e badanti comincia a rallentare: «È l’effetto della crisi – spiega Giuseppe Roma, direttore generale del Censis – il reddito stagnante delle famiglie a partire dal 2008 ha creato una sacca di disagio anche all’interno di questo welfare fai da te».
Come si spiega comunque l’alto numero di famiglie italiane che oggi hanno un aiuto domestico? «Grazie all’arrivo dei lavoratori immigrati» conferma Raffaella Maioni, responsabile nazionale Acli Colf: «L’offerta di manodopera a basso costo ha trasformato sempre più famiglie italiane in datori di lavoro. Sono italiani che prima non avrebbero mai immaginato di potersi permettere una colf. Le collaboratrici straniere guadagnano, infatti, anche il 20 per cento in meno delle italiane. Il recente ritorno delle collaboratrici italiane, come si registra negli ultimi anni per effetto della crisi, sta però nuovamente modificando il mercato del lavoro domestico» aggiunge Maioni. «C’è poi il lavoro nero. Spesso le collaboratrici hanno dovuto accettare un compromesso al ribasso: la famiglia dichiara solo una parte delle ore lavorate e risparmia sui contributi».
Sotto il profilo contrattuale, spiega il Censis, l’irregolarità  continua a rappresentare una condizione estremamente diffusa. Malgrado la regolarizzazione del settembre 2009 (che ha fatto emergere circa 300mila lavoratori) la maggioranza dei collaboratori domestici lavora in condizioni di irregolarità : sono il 39,8 per cento coloro che dichiarano di prestare servizio totalmente in nero e il 22 per cento quelli che si districano in una giungla fatta di rapporti a volte regolari e a volte no, per i quali vengono versati contributi per un orario inferiore a quello lavorato. In termini di evasione contributiva, il Censis considera che su cento ore di lavoro sono soltanto 42,4 quelle per cui vengono versati i contributi: quasi sei ore di lavoro su dieci sono prive di copertura previdenziale.
Al Sud, il livello di irregolarità  sale al 72,7 per cento, con il 58,8 per cento dei lavoratori (contro il 24,4 del Nord Ovest e il 38,8 del Centro) che dichiarano di essere totalmente irregolari e il 13,9 per cento parzialmente irregolari. Inoltre, contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, sono gli italiani a essere maggiormente coinvolti nel fenomeno: quelli che lavorano completamente in nero sono infatti il 53,9 per cento, contro il 34,7 per cento degli stranieri. Un dato, questo che, secondo i ricercatori del Censis, è dovuto al fatto che tra gli italiani vi sono molti più lavoratori che tendono a svolgere il lavoro domestico come attività  secondaria, anche transitoria.
Donna, giovane, immigrata: è l’identikit della colf che emerge dalle ricerche Censis. Il 71,6 per cento è sono straniere, originarie dell’Europa dell’Est: Romania (19,4 per cento), Ucraina (10,4), Polonia (7,7) e Moldavia (6,2). Numerosi anche i Filippini (9 per cento). Più di 8 collaboratori su 10 sono donne, tutte piuttosto giovani: il 15,8 per cento ha meno di 30 anni, il 51,4 meno di 40 (tra gli stranieri la percentuale sale al 57,3 per cento contro il 36,5 degli italiani) e soltanto il 17,5 per cento è al di sopra dei 50. Buono il livello di istruzione: il 5,6 per cento ha una laurea e il 33,6 un diploma superiore. Gli stranieri si dimostrano più istruiti dei loro colleghi italiani: il 37,6 per cento possiede un diploma di istruzione superiore e il 6,8 una laurea (contro, rispettivamente, il 23,2 e il 2,5 degli italiani).
Chi svolge questo lavoro, lo fa nella quasi totalità  dei casi in maniera esclusiva. Il 90,1 per cento dei collaboratori dichiara di svolgere la propria occupazione in via principale (percentuale che sale al 92,4% tra gli stranieri e scende all’84,2% tra gli italiani), mentre solo il 9,9% lo fa come secondo lavoro. In media sono occupati per 33 ore settimanali: praticamente a tempo pieno. Se la maggioranza (il 55,4 per cento) lavora per una sola famiglia, non manca chi trova impiego in più case: il 15,4 per cento in due, il 13,6 per cento in tre, il 9,8 in quattro e il 5,7 in più di quattro. Anche in questo caso, si riscontrano differenze importanti tra gli italiani e gli stranieri, con la tendenza di questi ultimi a lavorare stabilmente per una sola famiglia (lo fa il 58,1 per cento contro il 48,6 degli italiani).
Che lavoro fanno davvero? Solo il 23,9 per cento dei collaboratori domestici è occupato in una sola attività , prevalentemente di pulizia, mentre la stragrande maggioranza svolge più di una funzione: oltre a occuparsi delle pulizie di casa (80,9 per cento), i collaboratori domestici cucinano (48,7 per cento), fanno la spesa (37,9), accudiscono anziani (41,5) e persone non autosufficienti (27,6). Quanto agli stipendi, secondo il Censis, se la maggioranza si colloca sotto la soglia dei 1.000 euro netti al mese – il 22,9 per cento guadagna meno di 600 euro, il 20,2 da 600 a 800, il 24,5 tra 800 e mille – vi è una fetta consistente, il 32,4 per cento, che sta sopra la soglia dei mille euro, e, di questi, il 14,6 per cento supera i 1.200. Gli stranieri guadagnano all’ora mediamente un euro in meno degli italiani (6,83 contro 7,81).
L’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali, in un rapporto del 5 luglio scorso ha denunciato le condizioni di lavoro di molte colf e badanti senza permesso di soggiorno: vittime di sfruttamento e abusi, retribuzioni sotto i limiti sindacali, orari di lavoro eccessivi e risarcimenti difficili in caso di infortunio.
«Lo sviluppo di un mercato della cura è conseguenza e causa del disinvestimento da parte dello Stato nelle politiche di welfare» avverte Raffaella Sarti, autrice del volume Lavoro domestico e di cura: quali diritti? (Ediesse 2010): «E non solo: resta aperto anche il problema di che ne sarà , nel giro di qualche anno, degli immigrati che, dopo aver lavorato come assistenti familiari, si troveranno in una situazione di solitudine nel nostro Paese, avendo ormai perso la possibilità  di ricorrere a reti di solidarietà  in quello di origine, e con versamenti Inps limitati o nulli se il lavoro svolto sarà  stato in gran parte semi-sommerso o in nero».


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