La Cina avverte Obama sul debito

NEW YORK – L’America ha deciso di farsi del male. Barack Obama sbotta come una furia: «Potrò anche giocarmi la presidenza, ma sul debito non cedo». L’ira del presidente sembra più che giustificata. Le grandi agenzie di rating, da Standard & Poor’s a Moody’s, minacciano di declassare gli Usa: per la prima volta da quando sono diventati una potenza, il 1917. Ma ad alzare la voce è addirittura dalla Cina. Non solo attraverso Dagong, che è l’agenzia di rating di lì. E’ lo stesso governo di Pechino a intervenire: «Speriamo che il governo degli Stati Uniti adotti politiche e misure responsabili che garantiscano gli interessi degli investitori». Che poi sarebbero soprattutto loro, visto che i cinesi posseggono quasi il dieci per cento dell’intero debito: 10mila di quei 14.300 miliardi che sono diventati un incubo per il mondo intero.
Eppure gli Stati Uniti sembrano davvero decisi «a farsi male da soli», come dice senza mezzi termini Ben Bernanke. Il capo della Fed sostiene che il mancato accordo sarebbe «una calamità , uno shock finanziario che avrebbe effetti sull’economia non solo degli Usa ma globale». La paura che non si trovi un accordo ha portato perfino l’euro già  schiacciato dalla crisi in Grecia e in Italia a risollevarsi da 1,403 a 1,422 dollari. Anche l’oro è schizzato a 1,594 dollari l’oncia.
Tutti segni insomma di sfiducia verso la moneta verde. Per Moody’s sarebbe un disastro anche un default parziale, cioè un ritardo pure minimo nei pagamenti: ipotesi che col passare delle ore sembra sempre più possibile visto l’avvicinarsi del Giorno X, il 2 agosto, in cui scatterebbe l’amministrazione controllata, e lo Stato non potrebbe spendere più di quanto contemporaneamente incassa. «Il tempo sta volando, abbiamo il dovere di dare un segnale non solo all’America ma al mondo intero» dice il segretario al Tesoro Tim Geithner. Ma a che punto è la notte della trattativa?
La Casa Bianca ha perfino accarezzato l’idea di una Camp David del debito, un weekend di full immersion che rimanda a immagini di trattative di guerra e pace: ma l’ipotesi è stata scartata. «Sono stato seduto a questo tavolo più di qualsiasi altro presidente, neppure Ronald Reagan» è sbottato Barack l’altra sera scagliandosi contro Eric Cantor, l’irriducibile dei repubblicani che continua ad avanzare la proposta di un «accordo a tempo». Obama non riuscirà  mai a portare a casa quel grande piano da 4mila miliardi in dieci anni che comprenderebbe – oltre ai taglia alla sanità  e al welfare che spaventano i democratici – anche gli aumenti alle tasse che i repubblicani non vogliono. Il presidente però ha minacciato anche il veto su qualsiasi accordino che riproporrebbe questo dramma prima delle elezioni del 2012. Perché si passi la data fatidica i tagli devono essere almeno di 2,400mila miliardi.
Per ora, dice ottimisticamente il portavoce della Casa Bianca, c’è già  l’accordo per 1,500 miliardi. E gli altri?
E’ più che una corsa contro il tempo. Se un accordo non salta fuori entro oggi, venerdì, potrebbe essere addirittura abbandonato ogni progetto di riduzione del debito per concentrarsi giocoforza sulla soluzione d’emergenza: trovare il modo di alzare comunque il tetto. Magari con quel compromesso suggerito dal capo dei senatori Mitch McConnell: una leggina per dare a Obama il potere di alzarlo temporaneamente per tutto il 2012, a meno di un esplicito veto del Congresso. Un pasticciaccio che eviterebbe comunque il default: lavando pilatescamente le mani ai repubblicani.


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