La misteriosa fine di Sean il giornalista “Gola Profonda” che disse: “Non è che l’inizio”

Londra – «Verranno fuori altre rivelazioni». Questo prediceva una settimana fa Sean Hoare, la “talpa”, il primo giornalista del gruppo Murdoch a spifferare la verità  sulle intercettazioni illegali, confidando le sue impressioni a un collega del Guardian, il quotidiano che ha tirato fuori lo scandalo in una sorta di duello tra buon giornalismo e giornalismo da tabloid. «Questa storia», aggiungeva sicuro l’uomo soprannominato dai media “Gola Profonda”, come la fonte segreta che guidò i due leggendari cronisti del Washington Post sulle orme del Watergate nixoniano, «non finisce qui». Chissà  se si sarebbe aspettato di finirci dentro anche lui, lungo disteso in una bara. Sette giorni più tardi, le sue parole rimbombano dietro le vetrate della redazione del Guardian come una cupa premonizione.
La polizia ha trovato Hoare morto, nella sua casa di Watford, periferia londinese. Secondo le prime indiscrezioni, non si tratterebbe di una morte «sospetta», ossia non lascerebbe pensare a un omicidio. Hoare fu licenziato anni fa dal gruppo Murdoch, ufficialmente per abuso di alcolici e stupefacenti. Può avere perso la vita per un’overdose. Oppure può essersi suicidato, anche se avrebbe scelto uno strano momento, proprio il momento in cui la cronaca cominciava a dargli ragione. Oppure? «È vero, ho avuto problemi con la droga e con l’alcol, ma tutto ciò è irrilevante», diceva la “talpa” al reporter del Guardian di cui si fidava, sette giorni or sono. Irrilevante. Cosa intendeva dire? Che droga e alcolici non gli avevano offuscato la mente, che le sue accuse a Andy Coulson, un tempo suo grande amico e direttore del News of the World, non erano un’allucinazione. Che sapeva di cosa stava parlando. Che credeva di avere le prove delle sue accuse. E adesso è morto. Una coincidenza, forse. Ma troppe coincidenze, messe in fila una all’altra, fanno un indizio.
Era un cronistaccio di show-business, un redattore degli spettacoli come sono i redattori di spettacoli nei tabloid inglesi: perennemente a caccia di gossip, mescolato dietro le quinte con cantanti, attori e starlette vicino all’odore del successo ma non abbastanza da condividerlo. Hoare non è mai diventato una “firma”, come si dice nel gergo del nostro mestiere, non era un columnist, era un umile portatore di notizie. Forse anche per questo Coulson, all’epoca direttore del News of the World, cioè del tabloid pubblicato da Murdoch e comprato ogni domenica da 3 milioni di inglesi, se l’era tenuto stretto. I due lavorarono insieme al Sun e poi anche al domenicale. «Andy mi incoraggiava» a raccogliere informazioni in modo illecito, con l’aiuto di hackers e detective privati, spiando i telefonini dei Vip, aveva raccontato Hoare un anno fa al New York Times. Mentre al giornalista del Guardian Nick Davies aveva confidato di ricevere soldi per drogarsi con i divi: «Mi pagavano per drogarmi con le rockstar, ubriacarmi con loro, prendere pillole con loro, farmi di cocaina con loro. Era una gara». Un sasso gettato nello stagno che non fece onde, o almeno non abbastanza.
Più tardi spiegò al quotidiano newyorchese cos’era la tecnica del “pinging”, un sistema con cui il suo tabloid scopriva dove si trovava una persona, analizzandone i movimenti tramite il telefonino. «E se sapevo io, umile cronista, cos’era il pinging, volete che non lo sapessero il direttore e i pezzi grossi?»
Non è una morte sospetta dice Scotland Yard. Ma lo dice per ora, attraverso fonti ufficiose, e poi ormai chi si può fidare di Scotland Yard, visto che nel tabloid-gate anche la polizia siede sul banco degli imputati? Al Guardian, la settimana scorsa, Hoare aveva parlato di un detective privato, usato dal News of the World, che sarebbe forse stato disposto a raccontare tutto quello che sapeva, «perché siamo arrivati al punto in cui tanta gente cerca di coprirsi il sedere», aveva detto nel linguaggio franco ed aspro delle redazioni. Sette giorni dopo aver fatto a qualcuno il nome di quel detective, la Gola Profonda inglese è morta. Non si sa bene come. Forse per un’overdose di droga o di alcol. Solo una strana coincidenza? Non c’è bisogno di credere alle teorie dei complotti per capire che, quando qualcuno sa troppo, fa molto comodo chiudergli la bocca. Per sempre.


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