L’appello del vescovo «Borsellino sia beatificato»

PALERMO — Questa volta potrebbero non essere più «solo coriandoli di verità » come spesso ha denunciato Rita Borsellino. Sulla strage di via D’Amelio, dice senza mezzi termini il procuratore aggiunto a Palermo Ingroia, «siamo ad un passo dalla verità  e questa rivela quello che avevamo sospettato sin da primo momento, cioè responsabilità  e depistaggi a livello istituzionale» .
Molti pensavano che la svolta potesse maturare prima del 19 luglio. La Procura di Caltanissetta ha completato il proprio lavoro e si appresta a chiedere la revisione del processo ma questo non avverrà  prima di settembre. In ogni caso la sensazione di essere ormai ad una svolta si respirava nettamente tra quanti ieri si sono ritrovati in via D’Amelio a 19 anni dall’attentato. Un clima che porta il vescovo di Cefalù, Vincenzo Manzella, a proporre l’avvio del processo di beatificazione del magistrato. «Il sacrificio, la vita e il senso dela giustizia di Paolo sono elementi sufficienti» .
Parole che in qualche modo riecheggiano quelle del Presidente della Repubblica Napolitano. «Quel sacrificio impegna le istituzioni e la collettività  ad uno sforzo convinto e costante nell’opporsi ad atteggiamenti di collusione e indifferenza rispetto al fenomeno mafioso» . Quindi l’auspicio che «dalle nuove indagini venga al più presto una risposta all’anelito di verità  e giustizia» . E il presidente della Camera Fini, intervenuto alla commemorazione a Palazzo di Giustizia, invita la politica a fare la propria parte. «Nella battaglia contro la mafia quello politico è un fronte decisivo» . I partiti debbono essere «capaci di fare pulizia al proprio interno eliminando ogni ambigua zona di contiguità  con criminalità  e malaffare» e non «utilizzare la politica come un salvacondotto» .
 Il presidente del Senato Schifani dice invece che «la verità  sulla strage deve continuare ad essere ricercata, si tratta di un imperativo non solo morale» . Fiducioso il procuratore nazionale antimafia Grasso. «Certamente — afferma — sono state ridisegnate tutte le fasi dell’esecuzione materiale anche se rimane una parte da chiarire, sulle entità  che sono oltre la mafia» . Ma il titolare dell’inchiesta preferisce soffermarsi su quello che ancora manca. «Abbiamo fatto passi avanti — ammette il procuratore di Caltanissetta Lari— anche se restano dei buchi neri. Abbiamo incontrato tante resistenze nelle indagini sulla trattativa che sicuramente accelerò la morte di Paolo e sui rapporti mafia politica» . E stando alle ultime dichiarazioni dei pentiti viene vista con occhi diversi la stessa Via D’Amelio.
Non si guarda più a Monte Pellegrino, dove secondo una prima ipotesi si sarebbe piazzato il sicario col telecomando, ma ad un muretto alla fine della strada dove, secondo i pentiti, era nascosto Graviano che avrebbe materialmente premuto il telecomando. Ma se questa è la nuova verità  ci si chiede come sia stato possibile imbastire un processo con condanne all’ergastolo basato sulle parole di un pentito a comando come Scarantino. Chi lo ha manovrato? È questa la parte più delicata dell’inchiesta che potrebbe portare alla scarcerazione di innocenti condannati ingiustamente e al coinvolgimento di pezzi dello Stato.
 Una strage maturata in clima che per il pm Nino Di Matteo «è simile a quello che si respira in questi mesi, la speranza è che oggi lo Stato faccia di tutto per evitare altri attentati del genere» .


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