Le province degli ipocriti

E con loro Cassino e Guidonia, Busto Arsizio e Nola, Pinerolo e Melfi e tutte le altre aspiranti metropoli che sognano di avere finalmente lo status: cos’hanno meno di Tortolì e Lanusei, che capoluoghi già  sono? La bocciatura alla Camera della proposta di legge costituzionale per sopprimere le Province è il via libera ai cattivi pensieri e alle piccole megalomanie coltivate dai notabili locali. E a un nuovo incremento di quegli enti che già  un secolo fa l’allora sindaco di Milano Emilio Caldara bollava come «buoni solo per i manicomi e per le strade» , ma che da 59 che erano nel 1861 (il criterio era semplice: ciascuna doveva poter essere attraversata in una giornata di cavallo) sono via via saliti a 110.
Garantendo oggi 40 poltrone presidenziali al Pd, 36 al Pdl, 13 alla Lega, 5 all’Udc, 2 a Mpa e Margherita e così via. Dicono oggi quanti hanno votato contro la proposta dipietrista (leghisti e pidiellini, con molte dissociazioni) o l’hanno affossata astenendosi (i democratici, nonostante i «malpancisti» ) che non si possono affrontare questi temi con l’accetta, che occorre riflettere sui vuoti che si creerebbero, che è necessario stare alla larga dalle «tirate demagogiche» e così via… Insomma: pazienza. Tutti argomenti seri se questi pensosi statisti non li avessero già  svuotati in decennali bla-bla.
Soppresse già  alla Costituente dalla Commissione dei 75, ma resuscitate dall’Assemblea in attesa delle Regioni, le Province avevano quella data di scadenza: il 1970. Ma quando le Regioni arrivarono, Ugo La Malfa invocò inutilmente la soppressione dei «doppioni» : il Parlamento decise di aspettare il consolidamento dei nuovi enti. Campa cavallo… Quarant’anni dopo, non c’è occasione in cui il problema non sia affrontato con il rinvio a un «ridisegno complessivo» , a una «riscrittura delle competenze» , a una «grande riforma» che tenga dentro tutto. Basti rileggere quanto decise la Camera il 12 ottobre 2009 quando finalmente, per la cocciutaggine di Massimo Donadi e dell’Italia dei Valori, l’abolizione delle Province, sventolata in campagna elettorale da Silvio Berlusconi e, sia pure con accenti diversi, da Walter Veltroni, arrivò finalmente in Aula.
 La delibera di Montecitorio diceva che la riforma degli enti locali era «urgente e necessaria al fine di rimuovere la giungla amministrativa e di ridurre i costi della politica» , denunciava la «proliferazione di innumerevoli enti» e «un intreccio inestricabile di funzioni che genera inefficienza e rende difficile la decisione amministrativa» e rinviava tutto al sorgere del mitico sole dell’avvenire berlusconian federalista. E cioè alla «imminente presentazione di un disegno di legge recante la Carta delle autonomie locali» .
Da allora sono passati, inutilmente, altri due lunghi anni e mentre la crisi azzannava i cittadini, gli artigiani, le piccole e grandi imprese causando crolli apocalittici, disperazione e suicidi, i palazzi del potere davano qui una sforbiciatina del tre per cento, lì del tre per mille. E quelle epocali riforme che dovevano ridisegnare tutto per restituire al Paese la forza, l’efficienza, la stima in un classe dirigente credibile, tutte cose necessarie per affrontare questi tempi bui, dove sono? Sempre lì torniamo: taglia taglia, hanno tagliato i tagli.


Related Articles

Vincono le larghe intese ma sono parallele a quelle di governo

L’incontro sembra andato bene. D’altronde, Matteo Renzi aveva previsto che si sarebbe tenuto solo per «provare a chiudere». Dunque, forse prenderà corpo anche la riforma elettorale, e questo per il segretario del Pd sarebbe un successo indiscutibile.

Euronomine, la corsa in salita di Juncker

Veto di Cameron. Merkel apre ad altre soluzioni, mandato esplorativo a Van Rompuy

Una pazza legislatura dal bazar dei voti a Ruby

Mai come nella XVI legislatura la sacralità  dei luoghi del potere è stata degradata. Alcuni deputati hanno cambiato cinque gruppi. Tre narcotest per difendersi dai sospetti di usare droghe. Prima il trionfo del berlusconismo e poi la sua agonia. Mesi sprecati per tentare di cambiare il Porcellum. Mentre in piazza Montecitorio protestavano malati di Sla e disoccupati Bigliettini, arresti e il bazar dei voti il disastro buffo del Parlamento che ha creduto alla favola di Ruby. E davanti al Palazzo ora preme l’Italia in sofferenza   

No comments

Write a comment
No Comments Yet! You can be first to comment this post!

Write a Comment